Il numero in sé sarebbe anche gestibile, il problema è che di pari passo all’aumento della popolazione crescono le richieste di cibo, ma soprattutto di beni e servizi. Mauro Balboni ne Il pianeta dei frigoriferi pone i riflettori su quanto sarà difficile in futuro sfamare altri 3 miliardi di persone, quando già adesso la metà delle terre emerse è convertita a coltivazioni e pascoli. Inoltre, in corrispondenza all’aumento della popolazione, si prevede che nel prossimo futuro molte più persone avranno accesso a beni considerabili se non primari, importanti (come il frigorifero e il cellulare), ma di cui non ci sono le materie prime per produrli in modo sostenibile.
Proiezioni probabilistiche bayesiane aggregate della popolazione. (a) A sinistra: proiezione della popolazione mondiale, 2020-2100. La linea rossa mostra i dati storici e la previsione mediana. Le aree ombreggiate scure e chiare mostrano gli intervalli di previsione dell’80% e del 95%, rispettivamente. (b) A destra: Proiezioni per ogni continente. (Previsione probabilistica della popolazione: Short to very long-term di Adrian E. Raftery, Hana Ševčíková)
A maggiore domanda corrisponde maggiore offerta
Produrre produrre produrre. Con l’aumentare delle persone aumenta la domanda. E dove c’è domanda, c’è offerta. A prescindere dalle singole abitudini di consumo, non è possibile sperare di mitigare il riscaldamento globale e garantire un livello di nutrizione minimo per tutti gli abitanti della Terra senza consumare meno: le proiezioni dal 2010 al 2050 prevedono che la richiesta di kilocalorie giornaliere a persona salirà da 2800 a circa 3200. Allo stesso tempo la popolazione denutrita nel 2010 contava 800 milioni di individui, con un trend in diminuzione fino al 2020, ma questo dato può cambiare molto velocemente nel prossimo futuro: sono in arrivo più persone, che richiedono un maggior apporto calorico, in un pianeta che è già ampiamente compromesso dallo sfruttamento delle risorse.
Per lavarsi la coscienza, i paesi più abbienti stanno correndo ai ripari cercando di spostare il problema da una materia prima all’altra. Se i combustibili fossili sono il problema, la conversione all’elettrico è la soluzione? No, almeno non finché i veicoli industriali più inquinanti (come tir e navi cargo) continueranno ad utilizzare combustibili fossili. E finché la produzione e lo smaltimento delle batterie necessarie a stoccare l’energia (prodotta da fonti rinnovabili si spera) non sarà regolamentata ed inserita in un sistema circolare, riducendo al minimo il processo di estrazione di terre rare, allora sarà stato tutto inutile. Smettere di estrarre petrolio e aumentare drasticamente l’estrazione di semiconduttori non è una soluzione, per quanto nel breve periodo possa evitare l’immissione diretta di CO2 in atmosfera. Continuare a immettere nei processi produttivi nuove materie prime è un lusso che non ci si può più permettere e ha dei costi ambientali insostenibili.
Allo stesso modo, non è una soluzione efficace la conversione dei campi da pascolo a monocolture di soia da destinare a prodotti “veggy”. L’insostenibilità del modello di produzione, distribuzione e consumo del cibo non dipende tanto dai singoli alimenti (spesso etichettati come “buoni” o “cattivi” sulla base di una singola caratteristica), quanto dall’intensità dell’apporto antropico necessario a far arrivare quegli alimenti sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo ogni giorno. Esistono modelli alternativi? Sì, se n’è parlato in questa stessa rivista in articoli come Agricoltura rigenerativa – Oltre la sostenibilità, ma non garantiscono le rese e le tempistiche necessarie alla grande distribuzione.
Perdita di foreste globali, in milioni di ettari, tra il 2001 e il 2015, suddivise per prodotto agricolo (Statista, Dossier Plus “Nature-Based solutions to the biodiversity and climate crisis”, 2022)
Di chi è la responsabilità? I capricci del mercato
Il fattore economico incide quasi interamente nelle scelte di consumo. Per quanto una persona possa essere consapevole dell’impatto ambientale di alcuni prodotti rispetto ad altri, dal momento in cui le scelte sostenibili sono sconvenienti economicamente decidere di investire su di esse diventa difficile. Controintuitivamente, i prodotti ipercalorici sono quelli che costano meno: nonostante siano ricchi di zuccheri e grassi, quindi la cui produzione teoricamente ha avuto un investimento maggiore, il basso costo della manodopera e la grande distribuzione li fa arrivare sugli scaffali a prezzi molto bassi. Di conseguenza, la denutrizione e la malnutrizione vanno spesso a braccetto, specialmente in contesti economicamente svantaggiati.
Nonostante questo sia un fenomeno sociale dettato dal modello economico, negli ambienti più abbienti la narrazione è che chi è malnutrito o soffre di disturbi legati all’alimentazione sia poco informato, svogliato, o in breve: che sia colpa sua se è in quella condizione. Allo stesso tempo però, chi condivide questa narrazione e ha la disponibilità economica è spesso vittima di mode e abitudini alimentari che, per quanto più salubri e sostenibili, non sono applicabili a livello globale. Si ritorna quindi all’eterno dilemma tra responsabilità individuale, delle aziende e degli organi decisionali. Un approfondimento a tal riguardo è presente nell’articolo Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei, pubblicato in questa stessa rivista.
Compromesso senza sforzo? La sfida del Green Deal europeo
Un pianeta in cui tutti sono vegani è un pianeta dove non si uccidono più animali, almeno finché non gli si distrugge l’habitat per far spazio a nuovi campi coltivati. Al di là della provocazione, con il modello attuale difficilmente si potrà garantire a tutti gli abitanti della Terra del 2050 di mangiare due volte al giorno in modo bilanciato. Dove agire dunque per risolvere il problema?
Fortunatamente, alcuni paesi e aziende stanno investendo nel trovare sistemi per mantenere alta la produzione riducendo l’impatto ambientale, come la messa a punto di colture che necessitano di meno fertilizzanti e fitofarmaci. A capo di questi progetti si colloca il Green Deal europeo, l’insieme di investimenti per far raggiungere la neutralità climatica ai paesi membri dell’Unione Europea entro il 2050. Sulla carta questo gigantesco piano di investimenti, assieme ad altri come PNRR, dovrebbe essere manifestazione di una chiara presa di posizione dell’istituzione sovranazionale, volta alla salvaguardia delle risorse rimaste e al recupero delle stesse. Ma per trasformare l’economia e renderla circolare, difficilmente basterà il semplice finanziamento delle aziende virtuose (nonostante sia necessario). La distribuzione a pioggia degli investimenti rischia di aumentare il fenomeno del greenwashing, per cui sempre più aziende vorranno accedere a questi finanziamenti cercando scappatoie per risultare figurativamente “sostenibili”.
L’attuazione di questo piano è resa difficoltosa anche dalla comunicazione con il pubblico e con le aziende stesse. Specialmente in ambito agricolo entreranno in vigore numerose nuove regolamentazioni. Ma da dopo la Rivoluzione Verde degli anni ‘70, le grandi compagnie hanno acquisito sempre più libertà e potere decisionale, forti proprio di investimenti volti ad aumentare la produzione agricola. Dal momento in cui ora si cerca di cambiare rotta, è chiaro che queste compagnie non sono disposte a rinunciare al loro status, specialmente se questo avviene tramite regole “imposte dall’alto”. D’altro canto, la stessa sensazione è vissuta da molti cittadini, i quali percepiscono come minacciata la loro libertà nelle scelte d’acquisto, così tanto desiderata e faticosamente guadagnata dalle generazioni precedenti.
Da un punto di vista globale invece, per quanto riguarda la distribuzione, finché l’esportazione massiva di singole materie prime (come oli vegetali, cacao e grano) sarà per alcuni paesi l’unica fonte di reddito continueranno ad esserci tir, treni e navi cargo cariche di queste merci vendute a prezzi bassissimi nei paesi dove verranno processate, per poi venire nuovamente distribuite nei paesi dove vengono consumate.
Per quanto si cerchi di sfruttare meno acqua, terra e risorse per coltivare; per quanto si cerchi di cambiare il settore dei trasporti con combustibili meno inquinanti; per quanto singolarmente le persone scelgano di cambiare i prodotti che finiscono nel proprio carrello della spesa, probabilmente il problema non sarà comunque risolto nel lungo periodo. Sperare nella scienza non basta: nonostante le innovazioni e la transizione ecologica, è necessario un cambiamento nei consumi. Molte produzioni di intrattenimento a livello letterario e cinematografico hanno immaginato distopie in cui l’unica soluzione per salvare il mondo fosse quella di ridurre drasticamente i suoi abitanti, così da ridurre di pari passo anche i consumi. Il potere di queste storie fittizie è quello di avvisare le persone che il mondo reale sta andando verso quella direzione e che quelle proposte nelle distopie non sono vere soluzioni al problema.
Un compromesso senza sforzo non è raggiungibile, mentre invece dai dati si evince che una soluzione può essere educare a rinunciare. Se si spera in un futuro in cui tutti mangiano e mangiano meglio, allora è meglio cominciare a mangiare meno.

Laureato in Biologia Molecolare e in Biologia Evoluzionistica (UniPd), è appassionato di saggistica scientifica.
Si propone ad Atmosphera Lab con l’intento di mettersi alla prova e scrivere di ciò che da sempre muove la sua curiosità: l’ambiente.



