- Ciao Enzo! Ci puoi spiegare in due parole in che cosa consiste Archeoplastica?
Archeoplastica è un progetto che vuole convogliare un messaggio di tutela dell’ambiente marino, soprattutto perché è un progetto molto legato al mare. Sinteticamente, si può riassumere come un progetto di educazione ambientale.
Tra gli obiettivi principali, c’è quello di sensibilizzare le persone nell’acquisire una maggiore consapevolezza nell’utilizzo quotidiano che facciamo della plastica, soprattutto quella usa e getta. Quando trovo un oggetto in plastica, ne ricostruisco la storia, trattandolo come se fosse un reperto archeologico. Ma si tratta di un rifiuto, che molto spesso ha anche più di cinquant’anni e che è ancora integro. Ci si stupisce che duri per cinquant’anni, ma quel materiale potrebbe resistere secoli.
Vedere con i propri occhi che un contenitore di plastica, per esempio un vasetto di yogurt, che viene ritrovato ancora integro in spiaggia, dopo essere arrivato dal mare, un luogo proprio dove ovviamente non ci dovrebbe essere, fa un effetto diverso,soprattutto perché ci si rende conto che quell’oggetto che è durato tanti decenni ha avuto un tempo di utilizzo brevissimo. La grande maggioranza dei rifiuti che troviamo in spiaggia, quando si parla di plastica, sono detergenti, detersivi per la casa, contenitori di cosmetici, shampoo, bagnoschiuma e tutto ciò che riguarda il comparto alimentare. Sono dei contenitori di vario tipo, che hanno la funzione di contenere il prodotto che consumiamo nell’arco o proprio di pochi minuti – quello è proprio il caso più estremo – o magari in qualche giorno, o qualche settimana. Rimane un contenitore che diventa subito un rifiuto che, se gestito male, viene ritrovato dopo tantissimi anni in spiaggia ancora intatto.
Quindi è questo il vero problema dell’usa e getta: l’uso sbagliato che facciamo di questo materiale. Anche senza commentare, Archeoplastica serve a stimolare questa consapevolezza, semplicemente mostrando rifiuti di decenni fa. Senza puntare il dito sulle responsabilità, senza far sentire in colpa: è una riflessione che nasce in maniera naturale vedendo un contenitore che dopo tanti anni è ancora integro, quando in realtà è stato utilizzato per pochissimo tempo. Questa è la prima impressione che ho avuto anche io con il primo reperto, che poi mi ha spinto a strutturare meglio quest’idea, finché dopo qualche anno è nato il progetto. È stato ufficializzato a febbraio del 2021, però l’idea era nata già qualche anno prima, alla fine del 2018, quando ho iniziato a scoprire che in spiaggia di questi reperti ce ne sono veramente tanti. Perciò, dopo aver messo da parte un bel po’ di oggetti, ho strutturato meglio la mia idea e da lì è nato il progetto come lo conosciamo oggi. Archeoplastica si basa innanzitutto sul mostrare questi rifiuti, in tutti i modi possibili. Non solo sui social, ma anche fisicamente, con le mostre che organizziamo, dove è possibile vedere con i propri occhi o persino toccare i reperti. Oppure mostrarli con il museo virtuale, che è il sito di Archeoplastica. Quel sito è nato all’inizio con il progetto e contiene una selezione del materiale che abbiamo raccolto. C’è stato un lavoro dietro di fotogrammetria. Molti dei reperti presenti nel museo online si possono anche vedere in 3D, con tutti i dettagli.
- Quindi esattamente come è nato il progetto?
L’idea l’ho avuta da un primo rifiuto trovato in spiaggia, in maniera un po’ casuale ma non del tutto. Infatti io raccoglievo da diversi anni la spazzatura in spiaggia. Solo da quando mi è caduto l’occhio su quel “novecento lire”, ho iniziato a guardare attentamente tutti i rifiuti, osservando tutto quello che c’è scritto, come la provenienza e il prezzo. Da lì è cambiato anche il mio approccio nella raccolta degli oggetti. E ho imparato tantissime cose. Adesso già con un’occhiata rapida, riesco a intuire la datazione approssimativa di un oggetto. Per farti un esempio, negli ultimi vent’anni, i contenitori hanno un’etichetta adesiva che molto spesso si perde dopo pochissimo tempo che il rifiuto si trova in acqua. C’è la colla, si stacca la pellicola, che poi provocherà altri danni in maniera indipendente dal contenitore. Invece in passato la grafica era stampata direttamente sul flacone. Quindi già quello dà un’indicazione di quanto può essere datato un reperto, sempre andando un po’ più indietro nel tempo. Nei reperti risalenti agli anni Sessanta, le indicazioni sul retro del flacone le ritroviamo addirittura in rilievo: sono piccole caratteristiche che ci permettono di datare il rifiuto.
Se un tempo quell’oggetto raccolto in spiaggia poi sarebbe andato direttamente nel sacco, oggi con la maggiore consapevolezza nel raccogliere i rifiuti, quando vedo un oggetto del genere capisco che può essere interessante, lo metto da parte perché so che può essere utile per il progetto. A volte succede di non capire che cosa contenesse un flacone, perché mancano le indicazioni o perché magari è talmente vecchio che non ci sono pubblicità d’epoca, non ci sono tracce nel web. Spesso la community di Archeoplastica dà un grande aiuto nel ricostruire la storia. Tra le persone che seguono Archeoplastica vi sono molti appassionati: c’è qualcuno che magari è un po’ più grande e può aver memoria di quell’oggetto. Altre volte non ha nulla a che fare con l’età: magari basta anche un’intuizione che ci può mettere sulla strada giusta per poter avviare le ricerche. È successo tante volte, di flaconi particolari di cui non riuscivamo a capire la funzione e di cui siamo riusciti a ricostruire la storia grazie alle persone che ci seguono.
- Che aspettative avevi quando hai iniziato il progetto? Si sono realizzate oppure sono appunto cambiate anche nel tempo?
A dire la verità non avevo aspettative particolari: ero veramente convinto di quello che stavo facendo, sapevo che il progetto avrebbe avuto un buon riscontro. Io mi occupo di educazione ambientale già dal 2010 e faccio anche la guida naturalistica.
Prima della nascita del progetto, ho avuto modo di sperimentare portando questi oggetti a scuola: c’era molto interesse e avevo capito che il progetto sarebbe stato valido. L’aspetto più inaspettato forse è quello social, perché si è sviluppato dopo ed è stata una parte nuova per me. Pensa che addirittura il profilo Instagram è stato aperto tre mesi dopo che è stato lanciato il progetto. Inizialmente non ci avevo pensato, la priorità non era stata subito quella social, che è nata poco a poco. Il progetto è nato dal basso, con un crowdfunding al quale hanno partecipato veramente tante persone, che avevano già avuto a che fare con me o mi avevano già incontrato sul territorio. Poi da lì è stato un crescendo anche di attenzione da parte di vari media.
- Quanto tempo circa dedichi per fare una ricerca delle informazioni sull’oggetto?
Ci sono oggetti che hanno richiesto più di un anno di ricerche. Per esempio, c’è il personaggio del Gobbo, che non aveva nessun tipo di scritta, e questo ha reso tutto più complicato. Il gobbo è un simbolo napoletano, una figura portafortuna. Ci abbiamo messo un bel po’ di tempo a capirlo. Soltanto mesi dopo è spuntato fuori qualche indizio. Prima da parte di un collezionista, che ne aveva un esemplare identico, però di un altro colore, e lo aveva datato anni Sessanta. Poi, dopo un servizio del TG1 che fu molto visto, una ragazza del nord riconobbe lo stesso oggetto e mi raccontò che ne aveva uno uguale, che era stato vinto ad una fiera locale dai nonni. Stiamo parlando sempre degli anni Sessanta, quindi era veramente molto datato.
https://www.instagram.com/reel/CjuraW5pYUK/?igsh=cHJ5a3d1ZjQxYzNx
Ci sono poi oggetti più semplici, come contenitori di marchi famosi, per i quali le ricerche sono molto più veloci. Occorrono comunque delle ore, perché facciamo delle ricerche sul marchio e cerchiamo se ci siano delle pubblicità d’epoca in rete. Fortunatamente in Italia c’è un grande mercato tra i collezionisti di vecchie pubblicità d’epoca, spesso sono pochi estratti ma che ci danno una mano per datare gli oggetti e per vedere com’erano quando erano in commercio; è interessante capire come si è degradato quel prodotto nel tempo, quali colori si sono sbiaditi, per esempio. Se un oggetto resta molto tempo sotto al sole, alcuni colori tendono a sbiadire prima di altri. A volte gli stessi marchi sono coinvolti nella ricerca, senza alcun tipo di pubblicità. Noi ci approcciamo in modo molto pacato e talvolta i brand hanno collaborato nell’identificare e datare un prodotto, ci hanno anche fornito immagini di com’era quell’oggetto un tempo. Senza alcuna sponsorizzazione, noi raccontiamo tutto in modo molto oggettivo e con intento documentativo. Un brand intelligente dovrebbe capire che il nostro obiettivo è sensibilizzare.
- Di solito che spiagge frequenti? In Italia o anche all’ estero?
Questa domanda mi piace molto. È un progetto nato in Puglia, sia perché io sono pugliese, ma anche perché la Puglia è particolarmente soggetta a fenomeni di spiaggiamento. È una questione di correnti: il maestrale è un vento che spinge da nord, quindi i rifiuti dal nord Adriatico, nella zona dei Balcani e del delta del Po, sono trasportati a sud, così la Puglia raccoglie tanto materiale. Questo accade soprattutto nei periodi invernali, quando i comuni non puliscono più perché gli stabilimenti sono chiusi, dunque il materiale tende ad accumularsi. D’inverno le spiagge sono sporchissime. Poche persone le vedono in questo stato, perché la maggior parte dei turisti vengono d’estate, quando le spiagge quotidianamente vengono pulite dagli operatori prima che le persone arrivino. Così ho iniziato a raccogliere soprattutto in inverno e primavera. Poi chiaramente quando si è sviluppato meglio il progetto, si è creata una rete di raccoglitori.
Inoltre, ho scoperto che ogni anno è diverso. In Toscana, per esempio, l’anno scorso si era raccolto tantissimo. Ci sono state molte mareggiate con venti provenienti dal versante tirrenico. Le maneggiate mettono anche in circolo nuovamente plastica che magari era presente sul fondo oppure nella sabbia, nelle dune che poi vanno in erosione. In linea di massima, è un fenomeno che riguarda qualsiasi posto nel mondo perché anche la spiaggia più paradisiaca non è immune al problema della plastica. Alcuni luoghi, però, sono maggiormente penalizzati dalle correnti e da altri fattori legati, per esempio, alla presenza di fiumi che mettono plastica. Regioni come la Puglia sono un po’ più sfortunate perché ci sono fenomeni di spiaggiamento più evidenti. All’estero invece ho qualche esperienza non diretta, qualcuno che mi ha mandato delle immagini. Nonostante io non ci sia ancora andato, ho il desiderio di esplorare anche spiagge estere.
- Qual è l’elemento che ti dà più soddisfazione del progetto Archeoplastica?
Sicuramente il fatto che si sia creata una community, a livello social. Sento di poter interagire con le persone, di condividere le idee. Si è sviluppata anche una collaborazione nel trovare l’origine degli oggetti insieme. Questo è un aspetto che mi piace molto. Anche la parte delle mostre mi interessa particolarmente perché permette di far conoscere fisicamente gli oggetti: tante persone mi scrivono che sono felici di vedere dal vivo alcuni reperti che avevano visto già sui social e di cui conoscevano già le storie. Non è per niente facile organizzare una mostra, però è un qualcosa che stiamo sviluppando sempre di più, anche perché permette di raggiungere tante persone, che sono stupite nel vedere il flacone di un oggetto che magari i loro genitori hanno utilizzato. Poi subentra una sensazione un po’ più negativa, che è la consapevolezza del fatto che quel flacone è stato raccolto in spiaggia, un luogo dove ovviamente non avrebbe dovuto trovarsi. Le mostre permettono di raggiungere anche le scolaresche, i bambini sono interessati, sono attratti da questi oggetti del passato, che dai più piccoli sono visti come se fossero proprio della preistoria, anche se hanno l’età dei loro genitori e dei loro nonni.
- Anche se mi parli comunque molto bene della community, lavori comunque sui social. Hai mai ricevuto anche dei commenti negativi e in tal caso come hai reagito?
Ne ho ricevuti alcuni all’inizio. Soprattutto su Facebook, c’era qualcuno che diceva che si trattava di fake. Mi davano un po’ fastidio, più che altro perché è un’offesa che manca di rispetto per il grande lavoro, quindi rispondevo. Poi però, una volta che è nato Archeoplastica, tante altre persone hanno iniziato a fare quello che faccio io, cioè a osservare bene quello che si trova in spiaggia. Raccoglievano in tante altre parti d’Italia e hanno scoperto che effettivamente in spiaggia tra i rifiuti c’è molto materiale insospettabile, che a prima vista sembra materiale moderno, però non lo è. E quindi molto spesso questi raccoglitori rispondevano ai commenti che dicevano che fosse un fake, facendo notare che anche loro avevano trovato flaconi di molti decenni fa. Poi c’è qualche maleducato che commenta con linguaggio volgare, ma viene subito bannato perché, soprattutto su Instagram, l’account è seguito molto da famiglie e quindi anche da bambini che guardano i video insieme ai genitori. Per questo per me è necessario tenere la pagina sempre abbastanza pulita da possibili parolacce.
- Qual è l’oggetto più strano che tu abbia mai trovato in spiaggia?
Abbiamo trovato tante cose strane. Per dirti, una dentiera. Abbiamo trovato qualsiasi genere di cosa, anche ingombrante, come la cassetta dello sciacquone del water. O spesso anche il copriwater per esempio. Come è finito nel mare? Boh. Di stranezze ne abbiamo viste veramente tante!
Per approfondire il tema del riciclo della plastica, leggete l’intervista a Venice Calls, associazione veneziana che organizza laboratori per educare le persone al riciclo della plastica.
Se invece vi interessa sapere di più sull’archeologia da spiaggia, non perdetevi questo articolo!

Laureata in Lettere (UniMi), attualmente studia Environmental Humanities (UniVe). Affamata di storie, ama scrivere di ambiente e lasciarsi provocare dalle idee delle persone. Determinata e scrupolosa, le piace andare oltre l’apparente superficialità dei fatti. Il suo luogo sicuro è la biblioteca, ma non fatevi ingannare: non è mai puntuale nella restituzione dei libri.





