Acqua, luce e terra?
Il sistema più comune è la vertical farm idroponica, che funziona secondo un sistema di ricircolo dell’acqua che permette di risparmiarne grandi quantità, seguendo lo stesso obiettivo, in campo aperto, dei sistemi di irrigazione intelligenti che si stanno sviluppando negli ultimi anni. Esiste anche la vertical farm aeroponica, ovvero il sistema che la NASA vorrebbe usare per crescere verdure fresche nello spazio. In questo caso l’acqua viene distribuita sotto forma di nebbiolina e viene assorbita da foglie e radici: una soluzione pratica in mancanza degli elementi fondamentali che hanno permesso l’agricoltura sulla Terra.
L’acqua, tuttavia, è solo uno dei numerosi fattori necessari per la crescita di una pianta sana. Imprescindibile è la luce. Ma come è possibile crescere le piante all’interno delle vertical farm, senza la luce del sole? Le ultime tecnologie in fatto di LED permettono di superare questa difficoltà, e non solo: l’idea stessa del vertical farming, quindi di piante che crescono su più livelli uno sopra l’altro, è resa possibile proprio dal poter disporre di una luce artificiale che illumina le piante quando sarebbero all’ombra. Inoltre, l’illuminazione può essere mantenuta 24 ore al giorno, accelerando così i ritmi di crescita. Insomma, uno svantaggio compensato da un doppio vantaggio.
In alcuni sistemi di vertical farm, poi, non viene nemmeno utilizzato del suolo, ma del materiale inorganico che supporti la crescita delle radici. Arriviamo a uno dei punti fondamentali: per produrre cibo in un sistema di vertical farming il suolo non serve. O meglio, serve quello su cui è costruito l’edificio che ospita lo stabilimento, che è molto inferiore a quello che servirebbe per produrre la stessa quantità di cibo in campo. Una vertical farm potrebbe anche trovarsi dietro piazza Duomo e produrre per rifornire, a km zero, ristoranti e supermercati circostanti.
Inoltre, sulla busta del “Yummix Vivace” si legge la scritta “senza pesticidi”. Infatti, nonostante questi prodotti non possano essere definiti biologici (i prodotti cresciuti senza suolo non rispettano le linee della certificazione europea), sono cresciuti in un ambiente perfettamente controllato, lontani dall’esposizione ad agenti patogeni e parassiti; un ambiente, dunque, in cui l’uso di pesticidi è del tutto superfluo.
Ambivalenze
Uno dei più grandi problemi delle vertical farm è che pochissime piante sono adatte a questo tipo di coltivazione: principalmente insalate, erbe aromatiche, come basilico e prezzemolo, e piccoli frutti come le fragole. Questo è dovuto a una problematica strutturale, le piante che si sviluppano in altezza non avrebbero le dimensioni adatte, e a una questione economica. Come ha rivelato uno studio del 2021, per il momento il vertical farming non è un’impresa più redditizia dell’agricoltura convenzionale: ci sono enormi spese da sostenere per la costruzione degli impianti e delle tecnologie, il costo dell’energia necessaria per illuminare 24 ore su 24 decine di metri quadri di superficie e la difficoltà nel reperire la manodopera necessaria altamente qualificata.
Nonostante la soluzione più efficace sarebbe quella di riutilizzare edifici abbandonati all’interno delle città – per evitare cementificazione e consumo di suolo – i meccanismi di speculazione, però, rendono spesso il mercato difficilmente accessibile. Inoltre, in un sistema energetico ancora ampiamente basato sul fossile, l’utilizzo di energia porta a emissioni di gas serra; problema che può essere risolto solo utilizzando fonti di energia rinnovabile. Infine, sarebbe auspicabile, per aumentare la circolarità degli impianti, che le sostanze nutrienti necessitate dalle piante dissolte nell’acqua, vengano recuperate dai nostri escrementi, ampiamente presenti in ambienti urbani. Questo sistema non è tuttavia per il momento mai stato implementato, costringendo a ricorrere a fertilizzanti di sintesi, problematici dal punto di vista ambientale.
Un futuro verticale?
Ma quindi, il futuro è verticale? Sì e no. Se da un lato le vertical farms possono essere un attore fondamentale nel ridurre l’impatto ambientale delle città, dall’altro è impossibile che siano loro a risolvere gli enormi problemi del sistema agricolo. Certamente, realtà come Planet Farms, con un codice etico fortemente improntato alla riduzione degli sprechi e una grande attenzione al contesto in cui si trovano, fanno un passo nella direzione giusta. La loro tecnologia, tuttavia, deve essere complementata da una transizione generale verso un sistema energetico basato sulle rinnovabili e un modo di produrre diverso, che metta al centro il suolo, la biodiversità e le persone.
In sintesi
Vantaggi delle vertical farms:
- Sostenibilità: Riduzione del consumo di acqua e dell’utilizzo di pesticidi, minore impatto ambientale e minima produzione di rifiuti.
- Fornitura locale di prodotti freschi: Le vertical farms possono essere collocate vicino ai centri urbani, riducendo al minimo il trasporto e garantendo una fornitura costante di prodotti freschi e di stagione.
- Produzione durante tutto l’anno: Grazie al controllo ambientale, le vertical farms consentono la coltivazione di piante durante tutto l’anno, indipendentemente dalle condizioni climatiche esterne.
- Utilizzo efficiente dello spazio: Sfruttando lo spazio verticale, le vertical farms possono aumentare la produzione su una superficie relativamente piccola.
Tuttavia, le vertical farms hanno anche alcune sfide, tra cui i costi iniziali di investimento, i consumi energetici e la selezione di colture adatte a questo tipo di ambiente. Nonostante ciò, queste innovative strutture continuano a suscitare interesse per il loro potenziale nell’affrontare le sfide alimentari e ambientali delle aree urbane.

Lombarda, laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università Statale di Milano, frequenta attualmente il corso di laurea magistrale in Environmental Humanities all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sviluppata una sensibilità verso le questioni ambientali e sociali in vari periodi di studio e volontariato all’estero e in Italia, ha deciso di dedicarvisi sia con lo studio che con la divulgazione, collaborarando con AtmospheraLab.


