Etnografia multispecie dell’acqua
Seguendo il progetto di Kirksey e Kohn sull'”antropologia della vita”, cioè “un’antropologia che non si limita all’uomo, ma si occupa degli effetti dei nostri legami con altri tipi di esseri viventi” (2010), cerco di concentrarmi sulle relazioni tra l’acqua e l’uomo e di guardare con attenzione al florido regno delle specie che sono coinvolte e hanno un’influenza su questa relazione.
In questa sezione, utilizzo il concetto di “zona di contatto” di Mary Louise Pratt per esplorare “l’asimmetria delle zone di contatto più-che-umane all’interno della produzione e della gestione della conoscenza ambientale” (Isaacs et al., 2019). Poiché un’etnografia multispecie è incentrata sui modi in cui i diversi organismi “plasmano e sono plasmati da forze politiche, economiche e culturali”, mi sforzo di confutare “l’eccezionalismo umano” (Haraway, come in Isaacs et al., 2019) e mi concentro sulle zone di contatto “in cui le linee che separano la natura dalla cultura sono state abbattute” e in cui gli attriti tra gli esseri umani e l’acqua sono coprodotti da una varietà di specie, tra cui microbi, batteri, insetti e persino fattori abiotici. Come spiegato da Kirksey, “gli etnografi si stanno rivolgendo ai microbi come agenti sociali, sulla terra, nel mare e nel cibo” per prendere in considerazione sia le modalità di relazione tra gli esseri umani e gli organismi procarioti, sia le modalità di rappresentazione e significazione di queste relazioni. L’acqua non è solo idrogeno e ossigeno, ma contiene una flora di materiali organici e inorganici che ne condizionano la qualità, la sicurezza e le caratteristiche organolettiche. Tra queste sostanze, alcune interagiscono con altri organismi viventi presenti nell’acqua e con l’uomo. Per esempio, il cloro è utilizzato abitualmente dagli enti pubblici per disinfettare l’acqua potabile perché è in grado di eliminare batteri come enterococchi ed Escherichia coli e spore e virus come la legionella. Tuttavia, la concentrazione di cloro nell’acqua deve essere controllata per evitare impatti dannosi sull’uomo. Alte concentrazioni di cloro possono avere effetti negativi sulla salute umana, influenzando la flora batterica presente nel nostro intestino; oppure possono interagire con la materia organica dell’acqua e formare composti potenzialmente cancerogeni noti come trialometani. Il cloro scardina i presupposti ontologici della divisione tra cultura e natura. Pensare all’azione del cloro all’interno della relazione uomo-acqua è un modo per superare i confini di specie, poiché il cloro reagisce con gli organismi presenti nell’acqua e con quelli all’interno del corpo umano, sfidando la nostra salda distinzione tra umani e non-umani.
Altri elementi che forniscono una “zona di contatto” in cui i margini tra umani e non-umani svaniscono sono i nitrati. Si tratta di composti presenti nell’acqua per effetto di attività di più specie: i batteri azotofissatori e i fertilizzanti artificiali. I primi sono microrganismi in grado di trasformare l’azoto atmosferico in azoto fisso, che le piante possono utilizzare per la crescita.
Esistono principalmente due tipi di batteri azotofissatori: non simbiotici e simbiotici. Tra i primi ci sono i cianobatteri o alghe blu-verdi che sono anche organismi fotosintetici. Tra i cianobatteri, le specie filamentose hanno cellule specializzate, a pareti spesse, chiamate eterocisti, che forniscono le condizioni anaerobiche necessarie per il funzionamento degli enzimi che fissano l’azoto.
Il secondo tipo di batteri azotofissatori entra in stretta associazione con le radici delle piante convertendo l’azoto libero in ammoniaca. Miliardi di anni dopo che procarioti come i cianobatteri ebbero risolto il problema della fissazione dell’azoto, i due scienziati tedeschi Fritz Haber e Carl Bosch scoprirono come prelevare l’azoto dall’aria per produrre fertilizzanti artificiali. “Il processo Haber-Bosch rivoluzionò l’agricoltura” (Christian, 2018). Durante le piogge intense, l’azoto prodotto dalle attività agricole e batteriche defluisce nei corsi d’acqua determinando così un cambiamento della composizione chimica della stessa. Dunque, la concentrazione di nitrati nell’acqua è co-prodotta da due specie diverse. Nell’acqua potabile, la concentrazione di nitrati è fortemente regolamentata in quanto può avere effetti negativi sulla salute umana. Una volta ingeriti, i nitrati possono essere convertiti in nitriti che possono raggiungere l’intestino e interagire con i composti nitrosi che, ad alte concentrazioni, possono essere cancerogeni. Credo che considerare la co-fabbricazione multispecie dei componenti dell’acqua e gli scambi tra i diversi organismi possa offrire un’accurata analisi della scala dell’acqua che comprenda anche le “connettività spaziali che ci legano in comunità multispecie”. (D.B. Rose, in Kirskey, p. 549)
In questa prospettiva, come suggerisce Dumit, possiamo assistere ai punti in cui i ricercatori e la gente comune si “bloccano” a causa dei loro concetti inadeguati e inventarne di nuovi che ci permettano di parlare e pensare in modi diversi e più idonei. Un agricoltore e un cianobatterio sono “creature con biografie contemporaneamente parallele e intrecciate“. Entrambi hanno lo stesso obiettivo: mettere a disposizione delle piante i nutrienti per la propria sopravvivenza. Questa relazione parallela e distaccata tra esseri umani e batteri può rappresentare un modo di “vivere con” le altre creature della biosfera, come suggerito da Donna Haraway nel 2008 in When Species Meet. La mia etnografia dell’acqua si sforza di affrontare “i problemi di rappresentazione”, cioè il problema di dare voce ai cianobatteri in “questioni di parentela, scambio, governamentalità e significazione”. Come possiamo considerare questi batteri quando pensiamo alle nostre relazioni con l’acqua? La missione dell’antropologia è dare voce agli “altri”, sia ai non bianchi che ai non-umani. Sforzandomi di immaginare la più piccola scala delle relazioni con l’acqua, mi sono reso conto che gli esseri umani sono “aggrovigliati” con altre specie ed elementi, ed è quindi molto difficile discernere i bordi della dimensione e della corporeità umane. Questo caso studio offre l’opportunità di confutare l’eccezionalismo umano – “la sciocca nozione che Haraway ci spinge a superare”.
Insicurezza e scarsità idriche
Un segno evidente del rapporto tra gli abitanti del villaggio di Crespi e l’acqua sono le numerose bottiglie in PET, i coperchi in HDPE e le etichette in PVC che ho trovato a terra o tra i cespugli della pineta. A Crespi, come in molti centri urbani italiani, il consumo massiccio e irrazionale di acqua in bottiglia è estremamente diffuso. Il mercato italiano dell’acqua in bottiglia è il nono al mondo in termini di fatturato, ma il consumo pro capite in Italia è pari a 222 litri, secondo al mondo solo dopo il Messico. Questo enorme consumo è stimolato dalla logica dell’economia capitalistica. Secondo uno studio dell’area di ricerca di Mediobanca, questi numeri sono risultati di cui l’Italia e gli italiani possono vantarsi, trascurando gli effetti collaterali dell’inquinamento da plastica e della containerizzazione di una risorsa naturale fondamentale e scarsa.
Nel suo saggio sulla politica dell’acqua in bottiglia, Pacheco-Vega (2019) pone una domanda importante sull’etica del mercato dell’acqua in bottiglia: “In che modo un’industria che guadagna dal confezionamento di una risorsa scarsa è compatibile con le nostre intenzioni di creare le condizioni per una norma globale del diritto umano all’acqua quando la scarsità è una delle dimensioni chiave dell’insicurezza idrica”? Nel saggio, l’autore sottolinea diversi fattori che hanno “contribuito alla nascita e alla crescita sostenuta dell’industria globale dell’acqua in bottiglia“, tra cui le incapacità dei governi di fornire acqua potabile sicura, l’inadeguatezza delle infrastrutture idriche, le inadempienze normative, la forte influenza delle multinazionali sui governi locali e “il cambiamento delle norme, per cui il consumo di acqua in bottiglia è diventato in qualche modo una norma culturale nonostante i suoi effetti ambientali negativi”.
Ho condotto interviste informali con alcuni abitanti del villaggio di Crespi D’Adda e ho scoperto che la gente del posto è molto sospettosa della qualità dell’acqua del rubinetto e preferisce consumare acqua in bottiglia per motivi di sicurezza. Tuttavia, pochi abitanti del villaggio sanno che UniAcque è la società incaricata della gestione in-house del servizio idrico integrato e che il sito web dell’azienda descrive in modo dettagliato la qualità dell’acqua erogata e garantisce la fornitura di una risorsa potabile, sicura, controllata, sana e adatta al consumo umano. UniAcque controlla quotidianamente la qualità dell’acqua attraverso l’analisi di parametri microbiologici e chimici. Secondo il resoconto dell’azienda, l’acqua viene analizzata dalla fonte di approvvigionamento degli acquedotti fino ai punti di controllo situati sulle reti di distribuzione di tutti i comuni. Il sito web di UniAcque contiene anche una sezione FAQ in cui l’azienda spiega che l’opinione diffusa secondo cui l’acqua minerale è più sicura di quella del rubinetto è una falsa credenza. Tuttavia, le numerose bottiglie in PET che ho trovato nella pineta e l’opinione diffidente dei residenti di Crespi rivelano una forte preoccupazione riguardo alla potabilità dell’acqua.
In Italia, l’insicurezza idrica è particolarmente accentuata nelle città, dove le infrastrutture sono compromesse a causa della mancanza di manutenzione. La Penisola mostra un deficit sostanziale nel livello di investimenti in infrastrutture idriche. Secondo un articolo di Repubblica, l’80% degli investimenti proviene dalle tariffe dell’acqua, che sono tra le più basse in Europa (1,87 euro per Mm3 contro i 4,98 della Germania), mentre il restante 20% proviene da contributi pubblici. Tra i Paesi dell’UE, l’Italia occupa il penultimo posto per investimenti pro capite con 40 euro per abitante. La lentezza burocratica, lo scarso coordinamento tra gli enti pubblici, la frammentazione del sistema di approvvigionamento e la ridotta sensibilità ai problemi ambientali hanno portato al degrado dei servizi idrici. Su una rete complessiva di 300 mila km, ben 70 mila non sono rinnovati da mezzo secolo. Nella Statistica dell’Istat sull’acqua (2023), la prima pagina del rapporto descrive la gestione frammentata dei servizi idrici in Italia. Il sistema idrico è parcellizzato in 2391 autorità di gestione che amministrano oltre 7000 enti che sovrintendono alla fornitura di acqua potabile e alla gestione della rete idrica comunale e della rete fognaria comunale. Il rapporto mostra che, a causa delle infrastrutture obsolete, il 47,9% dell’acqua pompata nella rete sparisce, non consumata, sprecata, sacrificata volontariamente dall’inettitudine delle autorità locali che non riescono ad arginare il problema.
L’allarmante gestione delle risorse e dei servizi idrici in Italia ci permette di approfondire il concetto di scarsità idrica. Non si tratta solo di un fenomeno naturale legato alla mancanza naturale d’ acqua a livello spaziale e temporale (stagionale), ma ha anche una dimensione sociale. La scarsità d’acqua comprende anche i compromessi sociali che un Paese deve affrontare nel cambiamento tecnologico e normativo per adattarsi alla scarsità naturale di acqua. Ohlsson (2000) sostiene che quando la disponibilità di risorse raggiunge un punto limite, l’aumento della domanda può essere sostenuto solo dal miglioramento dell’efficienza negli usi finali dell’acqua attraverso l’innovazione tecnologica. “L’introduzione degli aspetti sociali nell’analisi sposta la scarsità d’acqua da un concetto assoluto (anche se ponderato per la scarsità naturale) a un concetto relativo, nel senso che la gestione dell’acqua è soggetta a compromessi tra i diversi usi sociali”.
Negli studi economici, per riconoscere la scarsità naturale e sociale dell’acqua, alcuni autori hanno proposto l’indice Social Scarce Water Footprint (SoSWF). Questo indicatore approfondisce la comprensione del concetto di scarsità d’acqua: un fenomeno naturale legato a cambiamenti regionali temporali e spaziali che influenzano le condizioni globali e che portano a compromessi sociali. A causa di questi problemi, oltre a essere il secondo consumatore mondiale di acqua in bottiglia, l’Italia è al primo posto in Europa per il consumo idrico civile con 428 litri pro capite forniti quotidianamente, ma di cui solo 220 litri effettivamente consumati a causa delle ingenti perdite durante la fase di distribuzione. L’acquisto di acqua minerale in bottiglia può essere inteso come un atto di protezione della salute umana contro il cattivo stato e la cattiva gestione delle infrastrutture idriche. I funzionari governativi “lasciano ai consumatori il compito di risolvere i loro problemi di insicurezza idrica”. Questi includono disagio emotivo e danni fisici con effetti potenzialmente compositi e moltiplicativi, aumentati dal cupo prospetto dell’innalzamento delle temperature e dell’aridificazione del territorio.
Fonte Istat (2022)
La relazione rilevante tra l’essere umano e l’acqua
Passeggiando nella pineta di Crespi, ho riflettuto sui legami che contano e che sono al centro del problema dell’insicurezza e della scarsità idriche.
Ho cercato di allargare lo sguardo e di considerare la più ampia “zona di contatto” che collega le abitudini di consumo umano e la scarsità d’acqua. Mi sono chiesto quale sia il livello rilevante in cui entriamo in contatto con l’acqua. Quali relazioni devo considerare?
Dopo aver studiato Pollution is Colonialism di Liboiron (2021), mi sono reso conto che per concettualizzare in modo esaustivo le relazioni con l’acqua, dovrei guardare alla scala in cui le nostre relazioni individuali con essa sono soggiogate dai legami collettivi e industriali. Per esplorare questa nozione, utilizzo il concetto di “squilibrio scalare” di Liboiron, che si riferisce alla pratica basata sulla “possibilità di separare il (corpo) umano dalla natura (inquinata)”. Nella sua analisi accurata dell’inquinamento da plastica, Liboiron sottolinea che, a causa dell’attuale tasso di produzione industriale della plastica, la riduzione della sua ubiquità e del suo inquinamento va oltre lo sforzo individuale di diminuire il consumo, per esempio evitando di acquistare bottiglie di plastica. Infatti, concentrandosi sul consumo individuale, si perdono le relazioni (reali) tra la plastica e l’uomo: “Anche se si sostituisce la bottiglia di plastica con una di vetro, si ritrova comunque il BPA proveniente dagli scontrini del registratore di cassa, dalle banconote di carta, dal rivestimento dei cibi in scatola e dalle resine epossidiche” (Liboiron, 2023, p. 101). L’autrice spiega che la plastica non è un’entità discreta, un oggetto che un individuo può definire e separare dal resto (della Natura) semplicemente non consumandola. In modo del tutto analogo, l’acqua non è scalata da relazioni di discretizzazione e separazione. La sua qualità e quantità non dipendono dal consumo individuale. La scarsità d’acqua non può essere alleviata semplicemente accorciando le docce o acquistando meno bevande in bottiglia. La mancata concettualizzazione della scarsità d’acqua può portare a situazioni paradossali.
Attraverso le interviste con gli abitanti del villaggio di Crespi, ho scoperto che le persone sono consapevoli degli sprechi causati dalle docce lunghe, ma trascurano l’acqua (eccessivamente) utilizzata per produrre il cibo spazzatura ipercalorico e a base di carne venduto nei fast food. Ridurre il tempo della doccia da dieci a tre minuti può far risparmiare fino a 70 litri; tuttavia, la produzione di un hamburger richiede 2400 litri d’acqua. Il primo tipo di consumo di acqua è definito impronta idrica domestica (consumo all’interno dei confini nazionali, o WF interno); il secondo tipo è il consumo basato sul concetto di acqua virtuale, cioè l’acqua contenuta nei prodotti scambiati tra i Paesi, che fa parte dell‘impronta idrica esterna (WF esterno). La somma dei due indici ci dà l’impronta idrica totale o total water footprint (WF) che definisce il volume totale di acqua dolce utilizzata per produrre beni e servizi consumati dalla popolazione di un Paese (Hoekstra e Hung, 2002).
Seguendo l’analisi di Dumit sul bromo, sono interessato a esplorare i margini sconosciuti dell’acqua che possono sfidare “le parole e i mondi che possiamo usare per parlare di ciò che modifica e con cui si relaziona” in modo che possa mettere in crisi “parti del nostro vocabolario teorico, i nostri presupposti di realtà, malleabilità e relazionalità” (2021, p. 102). Concettualizzare l’acqua in questi termini ci permette di vedere “una relazione cruciale” del consumo idrico: il commercio internazionale. Gli economisti sostengono che uno strumento che può effettivamente far risparmiare acqua è il sistema di commercio dell’acqua virtuale, in cui l’acqua virtuale viene scambiata da un Paese con una produttività idrica relativamente alta a uno con una produttività idrica relativamente bassa. Per esempio, un Paese siccitoso che importa una tonnellata di grano (pari a 1,3 tonnellate di acqua) è alleggerito dal dover sfruttare le proprie risorse idriche per produrre il cereale grezzo. Il sistema di commercio dell’acqua virtuale può implicare un risparmio idrico reale perché questa è la scala/relazione rilevante dell’acqua. In altre parole, l’acqua è coinvolta nelle pratiche e nei processi globali che fanno da cornice all’economia capitalistica moderna, pertanto per comprendere il “cambiamento ontologico” dell’acqua è necessario vedere la struttura, il sistema, l’architettura che consente di consumare (e sprecare) l’acqua al ritmo attuale.
In una ricerca dell’Università di Firenze, Sturla et al. (2023) hanno adottato l’approccio Multiregional Input-Output Analysis (MRIO) per misurare da quali Paesi l’Italia importi (e quindi consumi) acqua. I risultati mostrano che il WF esterno italiano corrisponde a 81.491 milioni di metri cubi (59,7% del WF totale). Per l’agricoltura e l’industria manifatturiera, il WF esterno è molto più alto di quello interno (quasi il doppio per l’agricoltura, sei volte di più per l’industria manifatturiera). Considerando il Paese di origine dell’acqua virtuale, Cina, Brasile e Stati Uniti risultano essere i tre Paesi con la più alta quota volumetrica di WF esterno, pari al 19,4% del totale.
Come consumiamo l’acqua?
Spostare la nostra concezione dell’acqua dalla sostanza composta da minuscoli organismi e consumata nelle nostre case alla sostanza incorporata nella maggior parte delle merci e dei servizi significa rifiutare la pratica comune di “elusione del consumatore“. Questa pratica concepisce l’acqua come una sostanza fisica che si relaziona con noi solo attraverso il consumo “effettivo”. L’elusione del consumatore guarda a “quanta” acqua viene consumata. Io sostengo invece di concentrarsi su ciò che Liboiron definisce “violenza” (in contrapposizione al “danno”), cioè “come e perché” l’acqua viene usata.
Quest’ultima è la “domanda relazionale che conta su una scala diversa” (Liboiron, 2021, p.85). Per esempio, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), l’uso globale di acqua dolce è aumentato di sei volte negli ultimi 100 anni e la produzione alimentare irrigua aumenterà di oltre il 50% entro il 2050. Se l’uso e lo spreco dell’acqua sono pratiche onnipresenti, non dobbiamo guardare alla “fine del tubo”, cioè al consumo a livello domestico, ma a come l’acqua entra “nel tubo in primo luogo”, cioè all’uso che avviene a livello industriale. La Figura 1 mostra quali livelli di relazione contano con la sostanza acqua. Nel 2020, la diffusione del COVID-19 in tutto il mondo ha imposto drastiche limitazioni al commercio internazionale, con una forte riduzione sia della domanda che dell’offerta, simile solo alla crisi finanziaria globale del 2008. Un rapporto dell’OCSE (2022) descrive questa pausa come “a forma di V”, in quanto il commercio si è ripreso rapidamente nella seconda metà del 2020. Tuttavia, i pochi mesi di forte calo sono stati sufficienti per abbassare il WF totale di molti Paesi europei, tra cui l’Italia. In uno studio che analizza la sensibilità del nesso elettricità-acqua nella rete elettrica europea rispetto ai cambiamenti di comportamento su larga scala durante la pandemia di COVID-19, Roidt et al. (2022) hanno riscontrato che i trasferimenti di acqua virtuale associati alla domanda e alla generazione di elettricità sono stati influenzati. L’Italia, in quanto hotspot del COVID-19, “ha ridotto la sua impronta idrica dell’8,4% e le sue importazioni di acqua virtuale di 70.700 metri cubi al giorno”.
La riduzione dell’impronta idrica italiana durante la pandemia da Covid-19 dimostra che per concettualizzare l’acqua e i problemi dovuti alla scarsità e agli sprechi, dobbiamo guardare a questo tipo di relazioni. Come nel caso dell’inquinamento da materie plastiche, l’inizio del tubo che porta l’acqua e i prodotti realizzati con l’acqua è l’industria. Tuttavia, a differenza di quanto avviene per la plastica, dobbiamo separare gli usi idrici industriali nazionali ed esteri. I primi fanno parte del WF interno mentre i secondi appartengono al WF esterno. Per questo motivo dobbiamo concentrarci sul commercio. Il WF interno può essere compensato o peggiorato dal commercio di acqua virtuale (il WF esterno). L’esempio della riduzione del WF durante la pandemia COVID-19 ci spinge a cambiare la domanda da “quanta” a “come” viene consumata l’acqua.
Figura 1(a) Variazioni dell’impronta idrica di consumo delle operazioni delle centrali termoelettriche, in 1000 m3/giorno e valori percentuali approssimativi, in cinque Paesi europei. Il colore è proporzionale alla variazione dell’impronta idrica rispetto allo scenario di riferimento del 2016 2019; (b) diagramma a corda con i trasferimenti di acqua virtuale. Le esportazioni da un Paese sono collegate al bordo del grafico, mentre le importazioni hanno uno spazio vuoto. Coerentemente con la mappa a sinistra, l’ombreggiatura blu indica una riduzione del commercio di acqua virtuale e quella rossa un aumento. Fonte: https://doi.org/10.1021/acs.estlett.0c00381.
In A Third University is Possible, la peperson (2017) sostiene che il colonialismo può essere considerato come un insieme di tecnologie che vengono scambiate e generano modelli di relazioni sociali con la terra. Le tecnologie cambiano e così anche queste relazioni. “ ‘Come?’ è una domanda che ci si pone se si è interessati ai meccanismi, e non solo alle motivazioni, del colonialismo”. Sostengo che il consumo, lo scambio e lo spreco di acqua sono parte integrante di questa domanda. Gli alti tassi di consumo in Italia aumentano la pressione sulla scarsità di risorse naturali di altri Paesi, come Cina e Brasile, e dei Paesi con cui questi scambiano beni e servizi. Questo tasso di consumo si basa sull’imposizione dell’economia neoliberale e dei prodotti, delle ideologie e delle logiche occidentali, che la peperson definisce “whiteness technology”. Queste tecnologie possono essere analizzate anche laddove non ci sono colonizzatori bianchi o persone fenotipicamente nere, o apparentemente dove “tutti sono indigeni” di un Paese. La prospettiva ecologica occidentale percepisce la terra come una riserva di risorse da sfruttare in modo controllato e pianificato. Per comprendere appieno il problema della scarsità d’acqua, dobbiamo fare riferimento al sistema che permette a questi meccanismi di espropriazione delle risorse di avere luogo.
Il paradosso della società Occidentale
In questo saggio, utilizzando il concetto di “zona di contatto” formulato da Pratt e l’approccio proposto da Dumit di impiegare una sostanza come metodo di ricerca, ho potuto realizzare un’analisi della relazione umano-acqua che consideri le prospettiva microscopica e l’agency non-umana. Ho mostrato che specie differenti sono intrecciate in questa relazione e ho provato a rappresentarle e a dargli un significato. Il lavoro sul campo a Crespi mi ha aperto gli occhi sull’importanza di considerare attentamente la presenza non-umana e come la ricerca etnografica possa contestualizzare i risultati prodotti attraverso altri mezzi, come nel caso del consumo di bottiglie d’acqua, di conseguenza aumentando la loro plausibilità. Attraverso l’indicatore economico del Social-Scarce Water Footprint, ho analizzato la scarsità d’acqua come una questione sociale e non naturale. Le infrastrutture vecchie e decrepite causano la perdita di quasi il 50% dell’acqua immessa nel sistema idrico italiano. Per risolvere la crisi d’acqua e arginare gli sprechi, politiche efficaci dovrebbero risolvere le questioni sociali che appartengono alle responsabilità governative. In aggiunta, i miei risultati mostrano che la scarsità idrica non è solamente un fenomeno naturale e sociale, ma include anche una dimensione etica basata sul rapporto manageriale del mondo Occidentale con la natura. La crisi idrica è un questione multidimensionale globale ma definita localmente la cui scala rilevante è il commercio internazionale. La complessità e la complicità delle politiche idriche riduce la nostra consapevolezza del problema. Il nostro sistema economico ci spinge a incrementare il consumo per i benefici della nazione e allo stesso tempo a diminuire i rifiuti per i benefici del pianeta, separando le dimensioni sociali e naturali. La società Occidentale è bloccata in questo paradosso, che l’antropologo Herny Hericksenn definisce “double bind,” il quale ha origine dalla cultura neoliberalista e capitalista e dalla visione manageriale della natura che cancella prospettive alternative. Sostengo che per concettualizzare completamente il problema dell’attuale crisi idrica dobbiamo sfidare la nostra visione del mondo e prestare attenzione alla coesistenza tra umani e non-umani, considerare l’ampio spettro di relazioni che collega gli umani con l’ambiente così come rappresentare il modo in cui gli umani possono ora significativamente alterare queste relazioni.
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Laureato in Chinese Studies (Unibg e Unimc), si sta laureando in Environmental Humanities all’Università Ca’ Foscari. È insegnante di italiano in una scuola privata di Pechino. Crede nell’importanza della giustizia ambientale.




