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Conservare il cibo con la cera d’api

Un’azienda italiana propone un’alternativa biologica e sostenibile alla pellicola tradizionale

Pellicola trasparente: un alleato contro lo spreco, ma a quale prezzo?

È comune trovare, nel cassetto di una qualsiasi cucina, la pellicola trasparente, uno strumento diffuso ed efficace per la conservazione dei cibi. La pellicola, dalla sua diffusione a partire dagli anni ‘50, ha infatti rivoluzionato le modalità e le tempistiche di conservazione degli alimenti. Grazie a questo strumento, i cibi si possono mantenere più a lungo, evitandone lo spreco. 

Un altro vantaggio della pellicola è il basso costo, un fattore chiave per il suo successo. La sua composizione è variabile: le più comuni contengono cloruro di polivinile (PVC) oppure polietilene (PE). Il primo rende la pellicola molto aderente e flessibile, poco permeabile ad acqua e ossigeno: insomma, è perfetta per mantenere fresco il vostro formaggio. Tuttavia, può contenere alcune sostanze dannose, se non addirittura cancerogene, come il cloruro di vinile – ad oggi non più utilizzato, ma molto diffuso in passato. Inoltre, il processo di riciclo del PVC è difficile e piuttosto costoso. 

Anche se il polietilene è più stabile, condivide una caratteristica con il PVC: è altamente inquinante. PE e PVC non sono materiali sostenibili: motivo per cui la Commissione europea, con il piano d’azione “Restriction Roadmap”, punta a bandire il PVC entro il 2030. In aggiunta, le tradizionali pellicole per alimenti contengono sostanze plastiche che possono aggravare il problema delle microplastiche, e, di conseguenza, alterare pesantemente l’ecosistema marino. Ci sono però altre possibilità da tenere in considerazione. 

Le alternative esistono

Di fronte ai tanti interrogativi posti dal cloruro di polivinile e dal polietilene, è importante formulare risposte adeguate. L’alternativa più immediata potrebbe essere l’uso di alluminio, che a differenza di PVC e PE, è riciclabile al 100%. Tuttavia, perché ciò avvenga, è necessario che chi lo usa lo getti nel contenitore giusto e che il riciclo avvenga in modo corretto – eventualità non scontata.

Si stanno però valutando altre soluzioni maggiormente eco-friendly. Grazie alle nuove tecnologie, è stato sviluppato un tipo di imballaggio innovativo realizzato a partire dalla cera d’api. Quest’ultima costituisce una valida alternativa per i consumatori che non vogliono sprecare il cibo avanzato, ma neppure consumare plastica. Infatti, la pellicola è biodegradabile, può essere lavata a mano con acqua e sapone e dura molto di più rispetto agli imballaggi in PVC e PE. E se le materie prime di cui la pellicola è composta fossero anche certificate come biologiche? Beeopak ci ha pensato: vediamo come. 

Beeopak: per il recupero e il riuso

Beeopak è una start-up italiana nata nel 2019, che produce pellicole alimentari in cera d’api create con materie prime biologiche certificate e locali, come il cotone GOTS (Global Organic Textile Standard), filato in Piemonte. Inoltre, Beeopak si distingue per l’utilizzo di olio di nocciole, anziché il più comune olio di jojoba o di cocco, e in particolare, nocciole IGP biologiche delle Langhe. Un prodotto a km0, che si compone anche di resina di pino. L’azienda dispone di una certificazione MOCA (Materiali e oggetti a contatto con alimenti), disciplinata dalla legislazione europea.

La start-up si caratterizza per la grande attenzione ai dettagli, quali il packaging in carta riciclata, il rifornimento da produttori locali e l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili, secondo quanto dichiara l’azienda sul suo sito. Federica Mottica, E- commerce manager di Beeopak, sottolinea la trasparenza dell’azienda, che ha cura di comunicare alla clientela le informazioni relative ai materiali utilizzati per comporre il tessuto naturale della pellicola. Inoltre, l’intero processo di produzione è artigianale: ogni pellicola è fatta a mano – amorevolmente, aggiunge Mottica –  nel loro laboratorio, a Torino. 

I vantaggi della cera d’api 

Beeopak si impegna in modo costante nella ricerca per il perfezionamento del prodotto. «Le ricerche sui tessuti beeopak sono state condotte dalla nostra amministratrice dopo numerose prove, finché non è stata trovata la ricetta perfetta»  afferma Federica Mottica.  «Di recente il nostro processo di inceratura è stato anche brevettato. La collaborazione con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e l’Università di Scienze Applicate Fontys in Olanda ha permesso di mettere in luce l’evidente vantaggio delle pellicole beeopak a confronto con quelle tradizionali, in plastica o alluminio».

L’alimento conservato nel beeopak, infatti, si mantiene più a lungo, evitando così lo spreco di cibo: dopo quattro giorni, la vostra insalata sarà ancora croccante e ben conservata; lo stesso vale per pane e formaggi. Inoltre, i test hanno dimostrato che non c’è trasferimento di prodotto sull’alimento: nessun rischio di mangiare cera, insomma.

Se paragonato alla pellicola trasparente, lo svantaggio principale di quella in cera d’api potrebbe essere il costo: uno Starter Pak che ne contiene due viene venduto normalmente a €14. Questi prezzi sono però altamente compensati dal fatto che la pellicola in cera si può utilizzare anche più di un anno prima di diventare inutilizzabile: è sufficiente lavare beeopak con acqua fredda e sapone neutro. E una volta giunti a questo stadio, con l’iniziativa beeopak Bring-back i clienti hanno la possibilità di restituire le pellicole vecchie per dar loro nuova vita. Lavorandole con gli altri scarti di produzione, l’azienda le trasforma in prodotti alternativi, come candele e portasaponi. Il suo sistema di produzione punta a zero rifiuti: una sfida che Beeopak sembra fronteggiare con grande cura e competenza. 

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Elena Colombo

Laureata in Lettere (UniMi), attualmente studia Environmental Humanities (UniVe). Affamata di storie, ama scrivere di ambiente e lasciarsi provocare dalle idee delle persone. Determinata e scrupolosa, le piace andare oltre l’apparente superficialità dei fatti. Il suo luogo sicuro è la biblioteca, ma non fatevi ingannare: non è mai puntuale nella restituzione dei libri.

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