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I 7 peccati del Greenwashing

Errori da evitare per una buona comunicazione ambientale

24/06/2024

Che cos’è il Greenwashing?

Negli ultimi decenni, il crescente allarme riguardo all’impatto dell’inquinamento sull’ambiente ha spinto i consumatori a preferire sempre di più prodotti provenienti da aziende con pratiche sostenibili, specialmente in settori ad alto impatto ambientale. Questo cambiamento di mentalità si traduce in una maggiore propensione a pagare per alternative ritenute sostenibili: più un prodotto è considerato verde, più le persone sensibili all’ambiente sono disposte a pagare. 

Un chiaro esempio di questa tendenza si riscontra nel settore alimentare. Una recente metanalisi condotta da ricercatori del Centre for Agro-food Economy and Development, con sede a Castelldefels in Spagna, ha rivelato che la media globale della disponibilità a pagare in più per prodotti alimentari sostenibili è del 29.5% [1].

Questa tendenza dei consumatori offre alle aziende un’opportunità per espandere il proprio mercato e costruire la fiducia degli stakeholder. Tuttavia, non tutte le aziende sono pronte a fare vere riforme nel loro sistema produttivo o nel modo in cui affrontano i loro prodotti. Alcune si limitano a presentarsi come “ecologiche” o “green”. Quando un’azienda comunica al pubblico di essere sostenibile o di produrre beni ecologici senza rispecchiare tale impegno nella realtà, si imbatte nel greenwashing. Questo termine, secondo l’esperta di comunicazione ambientale Lauren Baum, indica «l’atto di diffondere disinformazione ai consumatori riguardo alle pratiche ambientali di un’azienda o ai benefici ambientali di un prodotto o servizio» [2]. 

Il concetto di greenwashing non è nuovo nel panorama ambientale. Risale al 1986, quando l’ambientalista statunitense Jay Westerveld lo introdusse per denunciare le pratiche ingannevoli di alcune catene alberghiere. Queste incoraggiavano i clienti a ridurre il lavaggio degli asciugamani per presunti motivi ambientali, quando in realtà l’obiettivo era puramente economico. 

Nel corso degli ultimi 38 anni, questo tema ha suscitato ampio dibattito e interesse, portando allo sviluppo di numerose definizioni e metodologie per identificare il greenwashing nelle comunicazioni aziendali. Una sintesi di questo dibattito è stata pubblicata nel 2020 da ricercatori dell’Università Federale di Pernambuco (Brasile) sulla rivista Environmental Sciences Europe. Dopo un’analisi di circa 263 articoli scientifici sul tema, gli studiosi hanno identificato le caratteristiche più comuni e accettate nella letteratura scientifica, fornendo così un quadro chiaro e aggiornato del fenomeno del greenwashing. [3]

Questa sintesi del dibattito mostra che una delle modalità più diffuse di greenwashing è la “selective disclosure” o “informazione selettiva”. In questo caso, le aziende non si limitano a mentire, ma selezionano attentamente le informazioni da comunicare al pubblico. Nascondono consapevolmente gli impatti ambientali negativi delle proprie attività, mostrando solo gli aspetti che possono conferire un’immagine positiva sul loro impegno ambientale. Potremmo dire una sorta di “mezza verità”. 

Come mostrato nel grafico seguente, il greenwashing può essere praticato a livello aziendale o riguardare singoli prodotti o servizi. Può manifestarsi attraverso claim espliciti o in modo più indiretto, ad esempio tramite l’uso di immagini, colori o suoni che evocano concetti di natura e sostenibilità, una pratica nota come “executional greenwashing”. Questo secondo tipo di greenwashing, molto diffuso, è un appello diretto all’immaginario delle persone e, non facendo riferimento ad alcun claim specifico, è più difficile da contestare.

Grafico 1: tratto da SV de Freitas Netto et al. (2020, p.7)

Come individuare i casi di Greenwashing

Oltre al dibattito teorico sul greenwashing, diversi studiosi hanno sviluppato strumenti pratici per identificare questa pratica nelle comunicazioni aziendali. Tra questi, il più noto è il framework “The sins of greenwashing”, elaborato nel 2007 dal TerraChoice Group, un’azienda canadese specializzata in marketing ambientale. Questo framework si articola in sette “peccati”, o criteri, che consentono di valutare se un prodotto o un’azienda si sta rendendo colpevole di greenwashing attraverso i suoi claim:

  1. Il “peccato del compromesso nascosto” [Sin of the hidden trade-off] si verifica quando vengono selezionate informazioni che enfatizzano l’ecocompatibilità di un prodotto, ignorando altri aspetti ambientali significativi, come le emissioni di gas serra o l’uso di cloro nello sbiancamento della carta.
  2. Il “peccato dell’assenza di prova” [Sin of no proof] si riferisce alla mancanza di evidenza o certificazioni che supportino le affermazioni ambientali di un’azienda. Ad esempio, la presenza di percentuali senza collegamento a dati verificabili.
  3. Il “peccato dell’ambiguità” [Sin of vagueness] si manifesta quando le affermazioni ambientali sono troppo generiche e non forniscono informazioni specifiche sulle pratiche sostenibili adottate.
  4. Il “peccato di adorare false etichette” [Sin of worshiping false labels] si verifica quando un prodotto suggerisce di essere stato certificato utilizzando immagini simili a quelle di prodotti realmente certificati, senza avere effettivamente ricevuto una valida certificazione.
  5. Il “peccato dell’irrilevanza” [sin of irrelevance] si riferisce alle affermazioni ambientali che, sebbene vere, non sono significative nel contesto dell’impatto complessivo del prodotto sull’ambiente.
  6. Il “peccato del migliore dei mali” [Sin of lesser of two evils] si verifica quando un prodotto o un’azienda presenta un aspetto ecologico vantaggioso all’interno della propria categoria, ignorando l’impatto ambientale complessivo della categoria stessa.
  7. Il “peccato della frottola” [Sin of fibbing] si manifesta quando le affermazioni ambientali sono semplicemente false, come dichiarare di possedere una certificazione non ottenuta o di aver ridotto emissioni quando in realtà sono aumentate.

Nel 2022, un team internazionale di ricercatori provenienti da università negli Stati Uniti, in Italia, nel Regno Unito e in Austria ha sviluppato un framework aggiornato e dettagliato per individuare i casi di greenwashing. Questo strumento, fondato sulla più recente ricerca scientifica nel campo, è stato concepito con l’obiettivo di stimolare una discussione più approfondita sulla trasparenza e la responsabilità delle aziende, educare il pubblico sulle insidie della comunicazione ingannevole e assistere i vari attori coinvolti nell’evitare il greenwashing. [4]

Il framework si compone di una serie di domande che esaminano l’impatto, la coerenza e la comunicazione di un’azienda o di un prodotto, prendendo in considerazione diversi fattori, tra cui la presenza di conflitti di interesse politici. Attraverso una serie di domande a risposta binaria, si giunge a una valutazione qualitativa del tipo e della gravità del greenwashing adottato dall’azienda. Questo strumento è liberamente consultabile a questo link.

Una responsabilità condivisa

Il greenwashing rappresenta una sfida sempre più urgente per la nostra società. Mentre la ricerca continua a studiare le diverse sfaccettature di questo fenomeno, è importante adottare strumenti utili per identificarne i casi, come la lista dei 7 peccati del greenwashing e il framework integrato del 2022.

Imparare a riconoscere il greenwashing è essenziale per affrontare questa problematica. Come consumatori, possiamo usare questi strumenti per fare scelte più consapevoli nell’acquisto e evitare di essere ingannati. In qualità di cittadini attivi, possiamo denunciare i casi più eclatanti di greenwashing per aumentare la consapevolezza pubblica sul problema. Inoltre, se sappiamo identificare il greenwashing, possiamo anche evitare di farlo noi stessi. Evitare di propagare il greenwashing è una responsabilità che riguarda tutti, ma in particolare giornalisti e esperti di comunicazione che lavorano per le aziende.

Bibliografia

[1] Li, S., & Kallas, Z. (2021). Meta-analysis of consumers’ willingness to pay for sustainable food products. Appetite, 163, 105239.

[2] Baum, L. M. (2012). It’s not easy being green… or is it? A content analysis of environmental claims in magazine advertisements from the United States and United Kingdom. Environmental Communication: A Journal of Nature and Culture, 6(4), 423-440.

[3] SV de Freitas Netto, S. V., Sobral, M. F. F., Ribeiro, A. R. B., & Soares, G. R. D. L. (2020). Concepts and forms of greenwashing: A systematic review. Environmental Sciences Europe, 32, 1-12.

[4] Nemes, N., Scanlan, S. J., Smith, P., Smith, T., Aronczyk, M., Hill, S., … & Stabinsky, D. (2022). An integrated framework to assess greenwashing. Sustainability, 14(8), 4431.

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Francesco Seganfreddo

Dopo la laurea magistrale in filosofia presso l’Università di Padova, frequenta il master di comunicazione scientifica dell’Università di Trento. Attualmente lavora come comunicatore scientifico per fondazioni e centri di ricerca in Italia. Collabora come articolista per Atmosphera Lab.

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