L’inquinamento del colonialismo
Le conseguenze del colonialismo ambientale
Le Foreste dei Pini di Aleppo
Nelle maestose foreste di conifere che decorano le regioni settentrionali della Terra, il viandante è immerso nella possenza dei pini e dei larici, nell’odore di resina mulinante dal terreno e nel sentiero scandito da funghi pinaroli di ogni dimensione poggianti sul morbido tappeto aghiforme. Se non per il cacciatore di tartufi o lo studioso del suolo, raramente ci si ferma e si osserva sotto il manto di aghi che domina il terreno.
Eppure, queste foreste a volte nascondono la storia passata del luogo, i relitti di un tempo che è stato cancellato dalla realtà arborea ora presente. Se ci spostiamo nella zona meridionale della fascia temperata boreale, nel territorio che oggi si chiama Israele, queste piante, introdotte artificialmente dalla mano umana, possiedono un valore non solo ecologico, ma anche culturale e politico.
Nell’arco di un secolo, infatti, oltre 250 milioni di alberi sono stati piantati dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF). Il fondo ha sviluppato un particolare interesse per le distese di Pini di Aleppo grazie alla rapida crescita e facile gestione di questi alberi sempreverdi, ma anche perché il pino “soddisfa l’immagine europea di una vera foresta” nella tradizionale visione Sionista. Oggi due terzi delle foreste gestite dal JNF sono di natura artificiale.
Paragonate alle foreste naturali di Quercia mediterranea, Terebinto e Carrubo piantate nel nord di Israele, i blocchi di monocultura dei Pini di Aleppo sono composti da alberi coetanei di altezza uguale, e sono quindi suscettibili a malattie e incendi. In aggiunta, nelle grandi distese deserte del sud, dove gli obiettivi di questa imponente forestazione sono la conservazione del suolo, la riduzione dei gas serra e lo sviluppo della biodiversità, queste piante potrebbero portare più danni che benefici.
Secondo la rivista Yale Environment 360, nella foresta di Yatir nel deserto del Negev, dove la vegetazione alloctona è impiegata per il sequestro di CO2, le foglie verde scuro dei pini assorbono l’energia solare riflessa precedentemente dalla sabbia del deserto. Per compensare il riscaldamento in eccesso così prodotto si dovrà attendere 80 anni, ma la foresta, stressata dalla crescente aridificazione del suolo, potrebbe non vivere così a lungo. Tuttavia, i benefici economici ed ecologici potrebbero essere irrilevanti perché le reali motivazioni della piantagione delle grandi distese di Pini di Aleppo avrebbero primariamente una natura culturale.
Sovranità arborea
Secondo Jay Shofet, membro della Società per la Protezione Naturale in Israele, piantare alberi sarebbe “un comandamento Sionista”, poiché nella narrativa nazionale israeliana, la terra a sud di Gerusalemme divenne una terra desolata (shemama) a seguito della diaspora ebraica del VII secolo a.C e adesso è compito del “Sionista ben intenzionato” contribuire alla “rivitalizzazione” del territorio.
Questo sentimento ha come sottinteso che gli arabi sono responsabili del pessimo stato ecologico attuale e che l’amministrazione ebraica della regione è una “necessità ecologica.” Ancora prima degli anni ’50, i dirigenti del JNF guidati da Yosef Weitz vedevano la forestazione come “una dichiarazione biologica della sovranità ebrea” che poteva essere usata per risolvere “questioni geopolitiche.” In questi termini, i diritti sulla proprietà dei territori possono essere legittimati e la resistenza palestinese può essere giustificata.
A un livello analitico più profondo, infatti, “la piantagione di alberi è uno sforzo politico che collega l’ecologia e l’estetica alla sopravvivenza culturale”. È un modo per la popolazione ebrea di affermare la propria esistenza, ma è anche una strategia per l’espropriazione della terra. Diversi studi affermano che i Pini di Aleppo sono stati scelti per i depositi acidi creati dagli aghi caduti, che prevengono la crescita della vegetazione bassa e privano così gli agricoltori palestinesi del terreno a pascolo.
Oltre che deprivare i contadini delle loro attività economiche di base, la piantagione dei pini avrebbe un ruolo più enigmatico e controverso. Fino ad oggi, rimane un “segreto pubblico” che almeno 46 delle foreste del JNF si trovano sulle rovine di vecchi villaggi palestinesi. Come raccontato da A.B. Yehoshua nella short stories Facing the forest (1963), migliaia di villaggi arabi sono sepolti sotto le foreste per oscurare le tracce della vita palestinese dalla vista dei cittadini israeliani.
Le foreste sarebbero un camuffamento per nascondere ciò che altrimenti sarebbe palese, per rompere i bordi visibili così da rendere un’immagine di un territorio unito, omogeneo e di gusto squisitamente europeo. Bayt Jiz, Bayt Mahsir, Bayt Susin, Saris, ‘Islin, Aqqur, Dayr ‘Amr, Bayt Umm al-Mays, Khirbat al-‘Umur, e Kasla sono solo alcuni dei villaggi che, sepolti sotto le foreste di Pini di Aleppo, rimangono silenti a testimonianza di una vita pregressa che quotidianamente il viandante calpesta e ignora, rilegando la sua esistenza a un passato lontano che va lentamente sbiadendo dalla memoria collettiva.
Molti di questi villaggi vennero sequestrati, spopolati e rasi al suolo dai sottoposti di Weitz nel 1948 durante la Guerra d’Indipendenza d’Israele, conosciuta dai palestinesi con il nome di Nakba (catastrofe) che comportò la cacciata di oltre 700 mila palestinesi dalla propria terra d’origine e lo sviluppo di immense distese arboree alloctone, tra cui Pini di Aleppo, alberi da frutto (come il mandorlo) ed eucalipti.
Il colonialismo è inquinamento?
Quando una risorsa naturale assume un ruolo strategico durante un conflitto tra una forza occupante e una occupata si parla di colonialismo ambientale: gli impatti negativi sull’ambiente naturale indigeno causati dal regime coloniale che soggioga la popolazione e/o occupa il territorio. In questo articolo, gli epiteti di “stato coloniale” e “stato occupante” faranno riferimento agli insediamenti israeliani a Gaza e in Cisgiordania successivi al 1967.
Come dimostrato dalla piantagione dei Pini di Aleppo, l’occupazione territoriale di un Paese ha delle conseguenze ecologiche sulla vita quotidiana della popolazione occupata che si intersecano con dimensioni economiche, sociali, giuridiche e politiche. Storicamente certi casi di occupazione coloniale hanno dimostrato che sono proprio gli impatti ecologici causati dalle forze occupanti a rendere possibile l’occupazione stessa: l’imposizione di tecniche agricole non indigene e non adatte al territorio, come la monocoltura finalizzata all’esportazione; la diffusione di nuove malattie e infezioni; l’inquinamento idrico e atmosferico causato dalle operazioni militari; il colonialismo dei rifiuti; il sovra-sfruttamento delle risorse naturali; la deforestazione e riduzione della biodiversità che impatta sui mezzi di sussistenza e aggrava la perdita del senso di identità dei locali.
È evidente che le attività dell’impresa coloniale avvantaggiano ecologicamente la popolazione occupante e svantaggiano la popolazione occupata. Tuttavia, è fondamentale notare che queste attività umane non discernono una dimensione sociale, economica e ambientale ma devono necessariamente essere considerate con un approccio olistico.
In virtù di questa dimensione olistica, il colonialismo ambientale rende opaco il nesso di causa-effetto tra le due parti che lo compongono: l’occupazione territoriale e i danni ambientali. Secondo una ricerca delle Università di Princeton e Berkeley, la crisi climatica aumenterebbe la frequenza delle guerre civili del 4.5% per ogni grado annuale di incremento della temperatura media. Se è vero che i cambiamenti climatici incrementeranno i conflitti, è certo che quest’ultimi a loro volta moltiplicheranno i problemi ambientali, sociali e politici.
Non è un caso che tra i 20 Paesi più vulnerabili alla crisi climatica, 12 sono inviluppati in questa spirale infinita che alimenta la sofferenza della popolazione civile e la distruzione degli ecosistemi meno resilienti. Un esempio è la desertificazione del suolo in Palestina che è causata sia dall’aumento delle temperature che dalle “opere di bonifica” di Israele, che da anni sta piantando migliaia di Eucalipti per drenare gli acquitrini al fine di avere terreno edificabile per nuovi insediamenti.
L’attinenza è ancor più convoluta poiché i cambiamenti climatici attuali non sarebbero naturali, ma causati con elevata probabilità dalle attività antropiche. È il caso dell’estrazione di petrolio e gas nel Delta del Niger da parte della Shell, la quale ha creato una situazione catastrofica per moltissime comunità dell’area e ha contribuito al rapido aumento delle temperature globali che sono una delle cause della desertificazione in Palestina.
Il colonialismo ambientale opera quindi su diverse scale (globale, nazionale, locale) e si intereseca con varie dimensioni (economiche, sociali, culturali, ecologiche) rappresentando un sistema di pratiche, processi, politiche, credenze, e istituzioni su cui si basano le relazioni internazionali tra diversi Paesi. Un esempio di questa interdipendenza a più scale e dimensioni è il colonialismo dei rifiuti causato dai tassi di produzione e di consumo del mondo Occidentale. Il termine indica la pratica secondo cui i Paesi Occidentali estraggono, lavorano, consumano e scartano le risorse naturali nei Paesi in via di sviluppo, mantenendo per sé ogni beneficio e addossando gli impatti e le responsabilità di smaltimento a quest’ultimi.
Questa ingiustizia è stata epitomata dal World Economic Forum con la nomina tedesca come Paese riciclatore più virtuoso malgrado la notorietà delle sue esportazioni di rifiuti plastici. Annualmente, la Germania esporta oltre un milione di tonnellate di plastica, sorpassando ogni altro Stato europeo, mandandone la maggior parte in Cina, la quale però ha recentemente imposto un bando alle importazioni di plastica. Così ora Paesi come Vietnam, Filippine e Indonesia si sono trasformati in enormi discariche di rifiuti plastici importati dall’Occidente.
Gli esempi analizzati evidenziano come l’esperienza del colonialismo ambientale non sia affatto un relitto del passato, ma sopravviva su scala planetaria fino ai giorni nostri e come tutti gli individui, volenti o nolenti, ne facciano parte. Non si sottrae a questa logica l’attuale occupazione della Palestina da parte di Israele, iniziata ufficialmente nel 1967, dopo la vittoria israeliana nella guerra dei Sei Giorni che segnò l’inizio dell’occupazione illegale della Cisgiordania (il territorio a ovest del fiume Giordano, nota anche come West Bank), la Striscia di Gaza (un piccolo pezzo di costa al confine con il Sinai) e Gerusalemme Est.
La conseguenza più evidente dell’occupazione è la creazione degli insediamenti israeliani nei territori della Cisgiordania. Tali insediamenti, 247 fino a oggi per un totale di 600.000 mila coloni israeliani, violano il diritto internazionale, in particolare l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra – ratificata anche da Israele – che vieta alla forza occupante il trasferimento “di una parte della propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”. In aggiunta, la convivenza tra Palestinesi e Israeliani è segnata da una forte discriminazione sociale, religiosa e giuridica perché gli arabi sono sottoposti alla legge militare, mentre gli ebrei godono della protezione del diritto di Israele.
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Laureato in Chinese Studies (Unibg e Unimc), si sta laureando in Environmental Humanities all’Università Ca’ Foscari. È insegnante di italiano in una scuola privata di Pechino. Crede nell’importanza della giustizia ambientale.
