Fonte immagine: Scheda WaFS (waterandfoodsecurity.org)
Trattato di Dublino su acqua e sviluppo sostenibile: effetti collaterali.
L’umanità si è da sempre preoccupata della gestione delle risorse idriche e la ricerca di metodi efficaci per farlo è stata ed è motore per lo sviluppo delle abilità cognitive e pragmatiche umane. Con l’avvento di un mondo globalizzato e interconnesso, ma anche a causa di una progressiva diminuzione della risorsa, nacque già 30 anni fa la necessità di regolarne l’accesso a livello internazionale. Per questa ragione si svolse nel 1992 a Dublino la prima conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua e lo sviluppo sostenibile, il cui esito furono 6 principi guida che tutti i partecipanti vennero invitati a seguire.
Veniamo ora all’oggetto dell’articolo, ossia la pratica del water grabbing (letteralmente ‘’appropriamento d’acqua’’). Il punto numero 4 del trattato di Dublino attribuisce per la prima volta un valore economico all’acqua con l’intento di ridurne gli sprechi; tuttavia, con il diminuire della disponibilità della risorsa su scala mondiale, molti stati e privati hanno approfittato di questa novità per acquistare risorse idriche da altri paesi del Sud Globale -cioè con una bassa disponibilità economica-, in particolar modo dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Mali, dal Sudan e dalle Filippine dove la percentuale di acqua ‘sottratta’ supera il 30%.
La pratica del water grabbing, quindi, citando il water grabbing observatory fa riferimento a:
«Situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni: l’acqua viene tramutata in bene privato o controllato da chi detiene il potere per il quale bisogna negoziare ed essere disposti a pagare. Il water grabbing rappresenta, quindi, uno dei processi più diffusi di violazione dei diritti umani e sociali, di appropriazione e depauperamento delle risorse idriche e naturali.»
L’impatto sociale e ambientale
La compravendita della risorsa – che di frequente avviene in modo poco trasparente – mette a repentaglio la sicurezza alimentare di molte comunità. Spesso infatti gli accordi fra stati tutelano solo le persone più vicine al luogo dove ci sarà il prelievo dalla fonte, lasciando fuori quelle che seppur più lontane ne dipendono in ugual modo. Inoltre, i paesi oggetto del grabbing hanno talvolta sistemi di raccolta dell’acqua inefficienti, con molte perdite che riducono ulteriormente la quantità d’acqua destinata alla popolazione.
In Mali e in Sudan, per esempio, dove il 20% della risorsa disponibile non è accessibile, il governo ‘vende’ l’acqua misurando la quantità di terre da irrigare anziché i metri cubi d’acqua utilizzati a tale scopo. In questo modo le economie agricole locali, già svantaggiate dalla sempre più frequente siccità, sono messe ulteriormente a rischio, così come l’approvvigionamento alimentare delle comunità che ne dipendono.
Ph.: polyp.org.uk
Giustizia ambientale, per ora solo un miraggio
I dati della Banca Mondiale ad oggi riportano 507 casi nel mondo di tensioni sull’uso dell’acqua non risolti in via negoziale e purtroppo il dato è destinato a salire.
In cosa riporre la speranza se anche le convenzioni internazionali finiscono per avere effetti collaterali che minano sia alla sicurezza alimentare delle persone che all’integrità degli ecosistemi?
Avendo grandi disponibilità di forza lavoro e materie prime, i paesi del Sud Globale, cioè quelli con un reddito più basso, stanno acquisendo più centralità nelle politiche internazionali, ciò gli consente di avere un peso maggiore in sede decisionale. La speranza è che essi possano sfruttare questa nuova importanza geopolitica per distaccarsi dal neo-colonialismo occidentale e raggiungere un’indipendenza degna di questo nome.
La nazionalizzazione delle risorse avvenuta in molti paesi è un passo verso questa direzione. Possiamo infatti trovare in stati come l’Indonesia, la Bolivia e il Ghana (i quali fortunatamente non sono i soli) esempi virtuosi contro la privatizzazione dell’acqua. È auspicabile, quindi, che altri paesi possano cogliere in questo nuovo ruolo economico l’opportunità di riscattare i propri popoli troppo a lungo oppressi.
Allo stesso tempo vi è la necessità di un’azione internazionale per sanare i vuoti legislativi che rendono possibile la pratica del water grabbing ed assicurare una maggiore giustizia ambientale per ogni specie vivente.
Suggerimenti di lettura:
Pompan E., Iannelli M., Water Grabbing, le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo, Emi, Bologna 2018.

Laureata in lettere moderne (UniVe), sta proseguendo gli studi con la magistrale in Environmental Humanities. Vicina alle tematiche ambientali e geopolitiche trova in Atmosphera Lab, con cui è lieta di collaborare, un’opportunità per approfondire e condividere tematiche a lei care.




