Dalla teoria ai fatti: i pro ed i contro
Dal progetto avanguardistico emergono molti pregi ed altrettanti difetti. Nella sua forma concettuale, infatti, il materiale gode di svariati vantaggi: innanzitutto, lo si ottiene in tempo relativamente breve (24 h circa) e, dato di maggiore rilievo, non inquina nelle varie fasi produttive.
Esso è inoltre capace di riprodursi in quantitativi notevoli proprio in virtù del fatto che stiamo parlando di un composto vivente: una volta che i cianobatteri vengono lasciati in un ambiente povero di nutrienti e disidratato, entrano in uno stato di quiescenza consentendo al materiale di indurirsi, una caratteristica fondamentale per qualsiasi materiale edile.
Nel momento in cui però li si riporta in una condizione di umidità e sostentamento, i batteri si riattivano e consentono così al mattone di rigenerarsi. In potenza dunque, tagliando a metà un mattone di calcestruzzo vivente e aggiungendovi acqua, sabbia e gelatina, se ne ottengono due; tale procedimento può essere ripetuto più di una volta.
Tra gli ambiti applicativi in cui torna maggiormente utile la longevità del calcestruzzo vivente, vi rientrano tutti quei casi in cui si assiste al danneggiamento di un edificio: il calcestruzzo standard infatti, per quanto resistente, una volta crepato è difficilmente riparabile. Con l’invenzione del dottor Srubar è invece sufficiente riattivare il circolo di nutrimento dei batteri e la parte «lesa» si auto-ripara.
Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica: il calcestruzzo vivente infatti non è esente da difetti, primo fra tutti la mancanza di una resistenza pari a quella della sua controparte più inquinante. Come spiega Wil Srubar in persona, è più corretto definire la sua invenzione come un composto più simile alla malta.
Fino a che punto si spinge la bioingegneria?
Alla luce di tale tecnologia, sorge ora spontaneo riflettere sulla questione relativa alla macro-categoria dei materiali viventi ingegnerizzati (noti anche come ELM).
Dalla sinergia tra gli studi in ambito prettamente ingegneristico e le consolidate nozioni derivanti dalla biologia nasce infatti il tentativo di rispondere a tutte quelle necessità ed incombenze di cui si è «vittime» e testimoni quotidianamente, a partire dal trovare una soluzione per aiutare persone con disabilità, fino ad applicazioni a favore dell’ambiente.
In tale direzione sta lavorando il Massachusetts Institute of Technology (Mit), del Dipartimento di ingegneria e scienza dei materiali, mirando allo sviluppo di soluzioni ingegnerizzate che influenzino positivamente la società.
Lo scopo è quello di comprendere e manipolare i materiali al fine di crearne di nuovi meno impattanti: l’ambito di ricerca spazia dallo studio delle tecnologie sfruttate dagli antichi popoli presenti in America (si pensi alla ceramica, al vetro piuttosto che alla caratteristica tumbaga degli Inca), al perfezionamento delle tecniche di produzione dei metalli, fino all’impiego dei raggi X e della spettroscopia per indagare la struttura chimica e fisica di quelli che il team chiama soft matter materials, ovvero polimeri, schiume e gel.
A questo punto la domanda è lecita: quali altri traguardi verranno conquistati dalla bioingegneria?

Laureata in Giornalismo, Cultura Editoriale e Comunicazione Multimediale presso l’università di Parma, adora interfacciarsi con realtà sempre nuove. Aspirante viaggiatrice, ha un occhio di riguardo per l’ecologia e i diritti umani. In Atmosphera Lab ha trovato un valido alleato per comunicare ciò che più le sta a cuore.



