Che fare se andiamo verso l’estinzione di massa

“La Natura non fa nulla per l’uomo”

Antropocene e cambiamento climatico

La storia del termine Antropocene è lontana tanto quanto la seconda Rivoluzione Industriale, esso (era antropozoica) viene infatti coniato nel 1873 dal geologo Antonio Stoppani, per indicare la novità del fatto che la sempre maggiore attività umana sul pianeta rappresentava – e rappresenta tutt’oggi – una insidiosa forza tellurica, di cui evidentemente abbiamo perso il controllo. Dopo varie riprese, il vocabolo viene divulgato nei primi anni 2000 dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen.

Questo nuovo periodo dell’esistenza del pianeta Terra seguirebbe l’Olocene, ovvero un’epoca durata 11.700 anni dalla fine dell’ultima era glaciale. Nonostante l’etichetta non sia ancora in maniera unanime condivisa dalla comunità scientifica non è più possibile negare il fatto che i cambiamenti imposti dalle attività umane sull’ambiente hanno una rapidità e un’intensità tali da velocizzare tutte le tempistiche con le quali avvengono normalmente fenomeni geologici naturali.

Prima della catastrofe mondiale della pandemia di Covid-19, mentre Greta Thunberg teneva il suo discorso alle Nazioni Unite durante il Climate Action Summit 2019, una lettera che titolava Non c’è alcuna emergenza climatica raggiungeva il Segretario generale delle Nazioni Unite.

Nel documento non viene citato alcuno studio scientifico sul clima, viene solamente dichiarato il fatto che gli attuali modelli di analisi sono imperfetti, che la C02 non è inquinante ma permette la crescita delle piante e che la comunità scientifica deve prendere in considerazione anche le questioni economiche e non solo scientifiche.

Disastri ambientali

Sembra impossibile pensare che dopo essere stati travolti da una pandemia globale e dai numerosi eventi meteorologici estremi che ripetutamente avversano ogni parte del globo da anni ancora vi siano numerosi negazionisti del cambiamento climatico.

È dal 2017 che la terra è in fiamme: i titoli di giornali e testate online – soprattutto durante l’estate – raccontano allarmati di roghi in tutto il mondo, rimbalzando dal Canada all’Australia, dalla Scandinavia al Sud Africa.

Luglio 2021 si è aperto con 719 morti per il caldo atroce e più di 130 roghi nella provincia del Canada Occidentale e si è chiuso con più di 1.500 sfollati in Sardegna a causa degli incendi divampati nella zona di Montiferru.

Dal WWF documentano così: «La frequenza, l’estensione e l’intensità degli incendi sono aumentati enormemente nell’ultimo secolo la stagione degli incendi sta diventando più estrema e più lunga, nella misura del 15% negli ultimi 50 anni, alimentata da lunghi periodi di caldo estremo e poca pioggia».

Se nel 2019 la Germania era preoccupata per la possibile siccità estiva, sempre nel 2021 si è dovuta destreggiare con un’alluvione senza precedenti: oltre 150 morti e più di 600 feriti. Una tragedia che vede parte della sua drammaticità nella causa antropica; il fiume Inde, che è esondato in tutta l’area abitativa circostante, era stato deviato nel 2005 per facilitare l’attività estrattiva di carbone.

Inoltre, sempre più spesso, soprattutto ma non solo in pianura padana – tra Lombardia, Veneto, Liguria e Marche – vediamo grosse quantità di acqua piovana scendere in pochissimo tempo; grossi chicchi di grandine e trombe d’aria si ripercuotono su larghe distese di raccolti, spiagge e aree prealpine.

A registrare la schizofrenia del sistema, in opposizione a questo fenomeno, vediamo picchi di temperature desertiche in tutta Italia, come quelle registrate durante l’estate corrente: solo per eco mediatico ricordiamo i 48.8 °C a Siracusa l’11 agosto.

Negli ultimi vent’anni la percentuale di probabilità di rischio di eventi climatici estremi in Italia è salita del 9% e allo stesso tempo in un futuro non remoto si assisterà ad una diminuzione della quantità delle risorse idriche rinnovabili superficiali e sotterranee.

Perché non possiamo aspettare

Alcuni cambiamenti strutturali del pianeta – come l’innalzamento del livello dei mari – non sono già più reversibili: a dirlo è il sesto report dell’IPCC, gruppo intergovernativo dell’Onu dedicato al cambiamento climatico. L’ultimo documento risaliva al 2014 ed aveva portato alla COP del 2015, costringendo gli attori globali a sancire il 1,5° – 2° come ultimi gradi d’aumento possibile per l’atmosfera dai livelli preindustriali.

Da allora, come abbiamo detto poco sopra, le cose sono peggiorate. Per la Terra, dicono gli scienziati, non tutto è perduto, dato che comunque la vita potrebbe riprendersi facendo evolvere nuove specie e creando/adattando nuovi ecosistemi. È per la specie umana che i danni sono irreversibili. Per dirla con Leopardi, la Natura non fa nulla in vista e per l’uomo, ma sempre è intenzionata da tutt’altro.

Secondo tale rapporto, comunque, nei prossimi vent’anni la temperatura aumenterà di 1,5 gradi, e a quel punto potremo solo mantenerla tale. Mentre Venezia finirà sicuramente sott’acqua, sono pochissime le nazioni che hanno presentato nuovi piani contro il cambiamento climatico, in vista della COP 26 che si terrà a Glasgow il prossimo Novembre.

È ora di dare la parola ai giovani: nelle giornate tra il 28 e il 30 settembre 2021, le Nazioni Unite hanno organizzato uno Youth Camp di preparazione alle giornate scozzesi.

Durante l’evento, quasi 400 giovani (2 per Paese) provenienti dai 197 Paesi membri dell’UNFCCC (La Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) si daranno appuntamento per elaborare proposte concrete sulle questioni più urgenti che riguardano l’agenda climatica e le negoziazioni della COP26.

I primi due giorni saranno dedicati a gruppi di lavoro, mentre nell’ultimo giorno vi sarà un dibattito e dialogo diretto tra i giovani delegati e i ministri presenti alla Pre-COP26.

Oltre all’organizzazione dell’ONU, ci sono altri campeggi coordinati nelle stesse giornate per e da movimenti di giovani dell’Italia e dal mondo, come ad esempio Fridays For Future Milano ed Extintion Rebellion Italia, riuniti sotto la grande chiamata della piattaforma Climate Justice .

Se non possiamo più invertire la rotta, quantomeno possiamo – o meglio dobbiamo – rallentarla e deviarla, modificarla, trasformarla e renderla più lieve: per noi, per l’ambiente e per gli animali.

Il 2021 è e sarà un anno cruciale: gli accordi di Glasgow dovranno segnare un punto di non ritorno nella gestione delle risorse del pianeta per mantenere l’aumento delle temperature tra 1,5 e 2 gradi. Se continuiamo così, nella migliore delle ipotesi entro la fine del secolo si saranno alzate di 5,7°. È ora di agire. Non c’è più tempo.

Altri articoli