Gli orsi del Trentino Occidentale
La violenza e il pericolo rappresentati dagli orsi epitomano la paura dell’essere umano nei confronti della natura. Eppure, nonostante il loro aspetto minaccioso, gli orsi svolgono una funzione importante all’interno degli ecosistemi accrescendo la complessità e l’interdipendenza della comunità ecologica. I plantigradi sono una specie ingegnera, ovvero in grado di modificare l’ambiente.
Con le loro abitudini di foraggiamento, gli orsi diffondono i semi di piante e bacche nei loro escrementi e spandono l’azoto di origine marina nelle foreste che circondano i corsi d’acqua con i salmoni. In aggiunta, rappresentano connessioni importanti all’interno delle reti di alimentazione e la loro attività di predatori è un meccanismo di controllo per le popolazioni di cervi e altre prede. La consapevolezza dell’importanza della funzione ecologica degli orsi e della loro tutela hanno dato origine al progetto Life Ursus, promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta e finanziato dell’Unione Europea.
Il progetto, avviato nel 1996, si basava sulla reintroduzione di nove individui per ricreare in 20-40 anni una popolazione di orsi di 40-50 individui. Componente fondamentale del programma era la distribuzione delle popolazioni ursine tra le “aree idonee” del Trentino occidentale e le province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona. Concluso nel 2004, il progetto fu ritenuto un successo, ma recentemente i risultati positivi sono stati messi in dubbio a seguito della tragedia di Caldes, in cui la tragica morte del runner Andrea Papi ha acceso i riflettori sulla gestione dei plantigradi in Trentino.
Molti osservatori hanno denunciato l’eccessiva presenza degli orsi in quest’ area e il fallimento del progetto. Sebbene questo tragico episodio sia il primo in Italia negli ultimi 150 anni, Legambiente sottolinea come la convivenza e la gestione di situazioni problematiche sia stata ostruita dall’assenza di una campagna di comunicazione e informazione in Trentino-Alto Adige negli ultimi 10-15 anni.
Orso buono, orso cattivo
Una maggiore consapevolezza tra le comunità locali al fine di migliorare la convivenza con i plantigradi potrebbe essere favorita dalla nuova tecnologia nata dalla collaborazione tra gli ecologisti dell’Università di Vittoria e i programmatori della Silicon Valley che ha portato alla creazione di un software basato sull’intelligenza artificiale in grado di identificare le facce di individui di orso bruno.
La tecnologia è stata chiamata BearID e si basa su un software Deep Learning testato su migliaia di fotografie di 132 esemplari di orso bruno dell’Alaska e British Columbia. Il programma ha raggiunto un tasso di precisione che sfiora l’84% classificando ogni orso, cioè distinguendo individuo da individuo, mentre il tasso di riconoscimento facciale arriva fino al 98%. L’intelligenza artificiale decide da sé i dati facciali rilevanti per l’identificazione di ogni orso, tra cui la distanza tra differenti punti della faccia. Questa tecnologia presenta molteplici vantaggi essendo una modalità non invasiva di conservazione per l’identificazione e lo studio del comportamento e dell’ecologia dei plantigradi.
In combinazione con l’impiego di foto trappole, BearID può anche essere utilizzato per stime sulla popolazione degli orsi. La tecnologia è facilmente accessibile e si offre come sostituta ai costosi collari GPS. Oltre al prezzo, gli elementi di maggiore criticità del collare nella gestione di situazioni di rischio annoverano la durata della batteria, che dipende dal numero di localizzazioni effettuate, e il ritardo di ricezione del dato sulla posizione dell’animale nonché la necessità di catturare l’animale per implementare il collare. In aggiunta, il territorio trentino è caratterizzato da ambienti alpini e prealpini le cui peculiarità geomorfologiche e vegetazionali compromettono la qualità dei dati satellitari.
Inoltre, BearID può essere uno strumento di prevenzione per risolvere i conflitti tra essere umano e orsi. In presenza di ripetute situazioni di rischio, il software può aiutare gli esperti ad attribuire la responsabilità a uno o più individui problematici. Le attività di gestione della popolazione plantigrada possono differire in base a queste informazioni, fornendo un quadro più specifico di ciò che succede all’interno della popolazione o con un singolo orso.
La sfida principale di BearID è l’assenza di tratti distintivi nella fisionomia dell’orso, che lo rende privo di un’identificazione individuale all’interno dell’inventario della popolazione. Un valido espediente in grado di apportare migliorie tecniche alla tecnologia è l’utilizzo di foto trappola, le quali permettono di raccogliere i dati sul campo senza la presenza umana classificandosi come uno dei più versatili e meno invasivi dispositivi per la conservazione biologica. I ricercatori dell’Università di Vittoria stanno sperimentando nuovi posizionamenti delle foto trappola per ottenere un dataset di immagini per perfezionare la metodologia dell’utilizzo del software migliorandone l’accuratezza rendendolo accessibile anche per altre specie di plantigradi.

Laureato in Chinese Studies (Unibg e Unimc), si sta laureando in Environmental Humanities all’Università Ca’ Foscari. È insegnante di italiano in una scuola privata di Pechino. Crede nell’importanza della giustizia ambientale.

