Quando sono gli animali ad entrare in zona rossa

Il bracconaggio ai danni degli elefanti: la vita contro il denaro

L’allarme lanciato dalla IUCN

Recentemente, a marzo 2021, la IUCN, acronimo di “International Union for the Conservation of Nature”, ONG con sede a Gland in Svizzera, ha lanciato un nuovo allarme, riguardante uno degli animali più curiosi, raccontati e mitizzati nella nostra cultura: l’elefante.

L’allarme consiste nell’ingresso, all’interno della “red list” dell’ONG (la quale racchiude una lista specifica di tutte le specie a rischio), di due specie di elefanti il cui habitat è l’africa: precisamente l’elefante delle foreste africano (Loxodonta cyclotis) e l’elefante delle savane africano (Loxodonta africana).

Pare quasi che una falce macabramente abbia setacciato gli habitat di questi animali, mastodontici ed in pericolo: infatti in 31 anni, riporta la IUCN, c’è stato un calo del 86% per quanto riguarda l’elefante delle foreste, e in 50 anni un calo del 60% dell’elefante della savana.

Però è possibile dare un nome a questa falce, e il nome è una delle poche specie animali a non essere assolutamente in pericolo di estinzione, anzi, ed è l’homo sapiens.

Cifre che fanno paura: l’allarme del WWF

Non sorprende nemmeno più che l’azione dell’uomo sia causa di disagio, estinzione o pericolo per altre specie.

Eppure, ancora una volta siamo protagonisti o spettatori di questa truce realtà: il fatto che l’esistenza di questi pachidermi sembra appesa a un fragile filo è dovuta in larghissima parte al bracconaggio, il quale come riportato dal WWF è “una delle principali cause di morte tra gli elefanti: ogni anno vengono massacrati circa 20.000 elefanti africani.”

Numeri che forse di primo acchito non lasciano basiti, circondati come siamo da cifre che rimbombano da un padiglione auricolare all’altro, ma osserviamo un altro dato: nel 2016 la stima più attendibile del numero di elefanti in Africa era di 415.000 esemplari, e se i ritmi rimanessero gli stessi, alla luce dei dati del WWF sopra riportati, entro un paio di decadi nessun esemplare sopravviverebbe alla terribile falce della quale noi tendiamo il manico.

Il bracconaggio stermina questi animali per ricavare da essi un materiale considerato molto pregiato, ovvero l’avorio.

Un tempo, ricercato dalle antiche popolazioni per la costruzione di statuette, oggetti votivi, simboli religiosi o tribali, mentre oggigiorno perché il suo valore è rimasto invariato sul mercato.

Per capire quanto questo materiale, ricavato dalle zanne dei pachidermi, possa essere appetibile ai bracconieri basta pensare che un kg di avorio al mercato nero può costare fino a 3000 euro.

Un immaginario contro la realtà

Subdolo, tutto ciò, alla luce del fatto che questo animale, come si scriveva in apertura, è uno dei più raccontati, mitizzati, particolari, amati nella cultura di ogni tipo.

Basti pensare ai numerosi film di animazione, al commercio di foto, poster, calendari con le loro figure stagliate nella savana o nella foresta, alle stereotipate narrazioni sull’africa in cui regnano questi animali sovrani.

E ancora, all’incredibile traversata di Annibale sulle alpi nel 218 a.C, quando con i suoi uomini portò 37 elefanti proprio della specie Loxodonta africana cyclotis dalla Spagna.

Ma questo stupore, misto ad effimero affetto collettivo, si tramuta in un velato e agghiacciante silenzio verso un altro sopruso, quando si tratta di proteggere questi animali.

Quando il soldo ricavato a prezzo della loro vita diventa preponderante rispetto al loro respiro. Tremila euro al kg cancellano tutti questi miti, storie, immagini.

Un tutto che respira

E allora ci possiamo chiedere, dopo anni di riflessioni, anzi millenni: l’immagine collettiva suggerisce che ciò che distingue noi dalle altre specie animali sia l’intelletto, la coscienza, il pensiero, i quali sussistono oltre gli automatismi fisiologici.

Ma dove sono la tanto millantata coscienza, l’intelletto, e il pensiero nell’atto di quella falce scellerata che porta il nostro nome? Non è comparabile a un bisogno solo venale e “bestiale” il bracconaggio con fini di lucro?

Probabilmente l’atteggiamento dell’uomo nei confronti dell’animale muterà solo quando ci sarà una concreta coscienza collettiva consapevole del fatto che noi stessi siamo animali, che non esiste l’uomo da una parte, superiore e dominatore, e la natura dall’altra, ma siamo un insieme concreto, fatto di parti che devono collaborare per il respiro del tutto.

Per capire la situazione della fauna mondiale è sufficiente soffermarsi sulle numerose, purtroppo, liste rosse stilate dalla IUCN e notare in quanti casi la nostra specie è responsabile della fragilità delle altre.

Vita che vince il lucro

Non tutto però è grigio, nero, senza speranza. Fortunatamente l’idea della natura come un tutto che ci comprende è presente nelle numerose associazioni, spesso ONG, organizzazioni non governative, iniziative di volontariato e altro a favore della salvaguardia della flora e della fauna terrestre.

Altrettanto, sempre più persone nella propria quotidianità adottano una visione onnicomprensiva della natura: sempre più mercati sostenibili, sempre meno indifferenza verso le piaghe che affliggono il tema ambientale.

È una strada che bisogna continuare a scegliere ed imbroccare, consapevolmente, anche nelle piccole cose: offrire sostengo a queste iniziative, indignarsi e non restare indifferenti rispetto a questi aberranti numeri, essere parte di un insieme che respira e vuole continuare a farlo.

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