Mayday, plastica in mare!

Problemi e strategie di gestione dell’emergenza rifiuti marini

Un mare di rifiuti: le stime

Se le ondate di calore estremo e piogge intense di questa estate tornano a far parlare di cambiamenti climatici, un’altra emergenza, che riguarda tutti, rimane silente in secondo piano: quella dell’inquinamento da plastica e altri rifiuti nei mari.

La difficoltà nel reperire dati affidabili, vista l’estensione degli oceani e la presenza di correnti e venti che spostano i pezzi visibili, non ci impedisce di fare delle stime approssimative, che sono comunque allarmanti: il totale si aggira sui 150 milioni di tonnellate di rifiuti già raggiunti, con una media di 10 milioni l’anno, come se in mare finisse un camion di spazzatura ogni minuto.

Bottiglie e buste monouso, sono il principale tipo di rifiuto, ma non mancano reti da pesca danneggiate, cavi, assorbenti igienici, tamponi, cotton fioc, preservativi, mozziconi di sigaretta, accendini usa e getta e, conseguenza della pandemia di Covid-19, mascherine e guanti monouso.

Diversamente dai materiali organici, la plastica impiega centinaia di anni per degradarsi completamente; tende quindi ad esser trasportata dalle correnti oceaniche e ad accumularsi, fino a creare delle vere e proprie isole galleggianti di plastica, come la famosa “Great Pacific Garbage Patch”.

L’UNEP, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, sostiene comunque che il 70 % dei rifiuti marini totali poggi sui fondali: una parte non visibile che minaccia in maniera ancor più preoccupante la salute dei mari e della fauna sottomarina.

Microplastiche e macro-problemi

I pezzi di plastica più grandi possono intrappolare pesci e uccelli: ricorrenti sono i casi di foche, delfini e le tartarughe rimasti impigliati nei residui di plastica e nelle reti perse in mare, con conseguenze più o meno gravi che passano dalle ferite più lievi alla morte.

Ma il problema più grande è costituito dall’ingestione dei rifiuti da parte di varie specie marine, scambiati per cibo data la loro diffusione e dimensione. La plastica, infatti, nel suo lungo processo di frammentazione e con l’ausilio della luce solare, l’acqua salata e le onde, si scinde in particelle sempre più piccole, semplici da ingerire, entrando così nella catena alimentare.

Le microplastiche non sono solo il risultato del processo di frazionamento, ma spesso sono già contenute all’interno dei nostri prodotti di consumo, come dentifricio, cosmetici e prodotti per l’igiene personale.

Oltre il 10% dei pesci contiene plastica nello stomaco e si ritiene che addirittura i plancton, alla base della catena alimentare, possono mangiare plastica. Gli esseri umani non sono esentati: le microplastiche ingerite rilasciano le sostanze chimiche utilizzate durante il loro processo di fabbricazione, come metalli tossici e ftalati, con conseguenze poco conosciute ma sicuramente dannose per la nostra stessa salute.

Strategie di gestione del problema

Le attività di prevenzione sono chiaramente il punto di partenza per affrontare il problema: l’Unione Europea, ad esempio, si è dotata di politiche tese a ridurre rifiuti, come gli imballaggi, o ad eliminarli in toto, come è il caso di alcuni prodotti di plastica monouso, e ha puntato sull’aumentare i tassi di riciclaggio.

E per i rifiuti già dispersi in mare? Per la loro raccolta, ci viene in aiuto la tecnologia. È il caso di Crab Robot, un progetto realizzato dall’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Si tratta di un robot granchio che non crea danno all’ecosistema ed è in grado di ripulire i fondali marini da plastiche e microplastiche; il prototipo, testato a Livorno, è dotato di sei zampe molleggiate che gli consentono di muoversi aggirando gli ostacoli, fino a 200 metri di profondità.

Oltre all’opera di “spazzino”, è dotato di telecamere interne che consentono di registrare immagini e quindi di esplorare i fondali; inoltre è in grado di interagire in tempo reale con i ricercatori, che possono guidarlo a distanza. L’idea è di dotarlo di un ulteriore braccio automatizzato per raccogliere sacchetti, bottiglie e altri rifiuti di relative dimensioni presenti in acqua. Un piccolo ma grande aiuto in questa lotta che è solo agli inizi.